“L’idea fatale” che ha cambiato la storia

“Io dico: non lo uccidete, perché, ricordatevi questo, quando si può impedire la morte, lasciar morire equivale a uccidere”

-V.Hugo, Processo Tapner 1854

Ultimo giorno di un condannato nasce dall’idea, brillante quanto rivoluzionaria, di un giovane uomo che aveva incontrato la morte da bambino e non l’aveva mai dimenticata. Victor Hugo aveva solo dieci anni quando si vide portar via dall’implacabilità di una giuria che credeva di essere Dio, l’uomo che per anni aveva sostituito la figura paterna: il generale Lahoire, suo padrino e amante della madre. Il giovane Hugo avrebbe portato per sempre dentro di sé il dolore di quella morte a cui si aggiunse, nel corso degli anni, l’orrore per diverse esecuzioni capitali a cui assistette lì sulla place de Grève, protagonista indiscussa di molti dei suoi capolavori.

Pubblicato per la prima volta in forma anonima nel 1829, Ultimo giorno di un condannato suscitò subito immenso scalpore nelle folle di benpensanti che non si erano mai posti il problema della vita o della morte di un “miserabile”: una volta che la sentenza era stata pronunciata, il condannato era già perduto, già morto. Nella sua opera Hugo guida il lettore nella cella di un “condannato qualsiasi”, non si sa quale crimine abbia commesso, né perché l’abbia fatto. Egli è il simbolo di tutti i condannati a morte senza voce e senza appello che hanno subìto “l’ingiusta giustizia degli uomini”.

Nel 1832 l’opera venne pubblicata una seconda volta, stavolta con il nome dell’autore ben visibile sul frontespizio, provvista di una prefazione in forma di dialogo come risposta alle obiezioni di carattere etico, politico e sociale che gli erano state mosse. L’opera si presenta come una sorta di diario, o una raccolta di lettere indirizzate a se stesso, redatto per scongiurare la paura di quell’unico terribile pensiero che si aggira nella mente del detenuto da quando è stata pronunciata la sentenza in aula: “condannato a morte!”. Appare qui per la prima volta ma in modo potente, la figura del “miserabile”, tanto cara a Hugo da ripresentarsi in ogni forma in molti dei suoi romanzi. Queste pagine trasudano amarezza, paura e incredulità sin dalle prime righe, quando il condannato aspetta il verdetto in “un bel mattino d’agosto”, un giorno in cui il cielo azzurro brilla al sole d’estate, le donne cantano lungo la Senna e i fiori sbocciano in tutta la loro bellezza. “Come avrebbe potuto far capolino fra tante graziose sensazioni un’idea sinistra?”. C’è grande maestria nello stile semplice e asciutto che l’autore utilizza nel descrivere l’assoluto terrore che coglie il condannato non appena l’idea della morte si insinua nella sala, gelandogli il corpo, oscurando il sole e tramutando i presenti in fantasmi. Sembra quasi di vederlo, il condannato, mentre attraversa la sala come un’ombra, la folla che cerca di ghermirlo, forse per strappargli un lembo della veste sdrucita da conservare come un orrido cimelio. Ma l’orrore deve ancora venire: la “bellezza” della giustizia degli uomini è la fievole speranza della “grazia” che non arriva mai, finché non sarà il condannato stesso a invocare la morte per essere liberato da tale orrore. Il condannato passa settimane interminabili scrivendo pagine e pagine, a volte rabbiose, a volte coraggiose, altre sconfortanti; assillato dall’idea della morte, affida a quei fogli tutte le sensazioni che Hugo immagina siano quelle di un uomo che vede la fine dei suoi giorni. Il pensiero più angosciante è per la famiglia che lascia, per la moglie troppo debole, per la madre troppo vecchia, per la figlia troppo piccola: loro non hanno colpe, eppure la giuria, così zelante nel punire chi se lo merita, dimentica quelle povere creature abbandonate a se stesse. Non bisognerebbe allora condannare a morte anche la giuria, così implacabile da non accorgersi che anche lei si è tramutata in assassina?

Ogni pagina di questo libro, fino all’ultima commovente immagine dell’epilogo, è intrisa di pathos ed ha una forte carica emotiva. Come è proprio dell’autore, cerca di andare sino in fondo alle sensazioni umane, senza tralasciare la brutalità, la rabbia, lo squallore o la disperazione. Come già detto, lo stile è semplice, asciutto, privo delle grandi parabole descrittive che saranno proprie successivamente di Notre Dame de Paris e de I Miserabili: deve essere incisivo e lasciare il segno, perché deve essere un’opera di denuncia sociale per perorare l’abolizione della pena di morte.

Sarà un processo lungo e tortuoso. Ma se è vero che ciò che smuove il popolo diventa legislazione, Hugo ne è la dimostrazione. Come attestano diverse lettere pubblicate su giornali di tutta Europa per l’intercessione a favore di condannati e molti carteggi con esponenti dei vari Stati. Ultimo giorno di un condannato andò a colpire dritto al punto.

Miriam Gualandi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...