Il Guardiano di Dvyindoedd

Parte 1

NB: nella lingua parlata nei luoghi della vicenda, le lettere iy si pronunciano come i-jj (Agniya si legge come “Agnì-ja”), mentre il dittongo yi si pronuncia come la vocale lunga ii.

Ricordo.

Ricordo che anche quella mattina mi stavo godendo un lungo momento di pace: seduto su una panchina, con la mente persa in mille pensieri oziosi, mi limitavo a lasciar posare pigramente lo sguardo su tutto ciò che potessi scorgere; sotto il terso cielo mattutino si stagliavano severi ed arcigni i due picchi gemelli di Dvyin Doedd, a dominare vigili sul paese che da loro aveva preso il nome.

Dvyindoedd non poteva certo definirsi “grande”, trattandosi di un villaggio di poco più di un centinaio di anime. A parte il grande tempio, l’edificio più imponente lo stavo osservando proprio in quel momento: la Casa della Repubblica, nome roboante per indicare il luogo da cui il cyiberno amministra la comunità, due piani di semplici mattoni rossicci, decorazioni in legno scuro e tetto piatto coperto di bianca ghiaia. Sulla sua torre, l’orologio meccanico, unico vezzo e vanto del paese, scoccò in quel momento le dieci del mattino, dando il via ad un festoso scampanio.

La piccola piazza non era molto animata: gli abitanti erano già a lavoro nei pascoli, nei campi o nelle botteghe. Da un portone vidi uscire una ragazza; colpita dalla calda luce del sole, chiuse gli occhi, alzò il volto e si stiracchiò con un certo piacere.

Era Agniya, la bruna Agniya con le sue deliziose trecce ed i suoi occhi luminosi.

Quando mi notò, mi lanciò un sorriso come sempre malinconico, accompagnato da un cenno della mano, per poi dirigersi fuori paese, a testa bassa, con la sua cesta.

Sicuramente la attendeva una giornata noiosa e faticosa, a stare appresso al bestiame.

In quel momento, mi vergognai a starmene lì senza fare nulla; poi mi ricordai che io ero il ghyiardd di Dvyindoedd, il protettore dei suoi abitanti.

Una folata di brezza montana mi inondò il naso con un inebriante profumo di piante selvatiche e portò via definitivamente i sensi di colpa.

Perché avrei dovuto averne? Ero io a rischiare la vita in prima linea, in caso di pericolo! Voglio dire, i miei compaesani, alla fine, ne erano ben consapevoli e, anzi, erano stati loro a volersi affidare a me: fin da ragazzo mi ero distinto tra i miei compagni di giochi per coraggio ed abilità nel combattimento, guadagnando quindi la fiducia di tutti e finendo col tempo per assumere il ruolo di guardiano del villaggio, la sua prima difesa contro minacce esterne.

“Minacce”: si trattava più che altro di qualche brigante in cerca di bottino, o incursioni occasionali di bestiacce affamate; ma, al di là di queste bazzecole, era la consapevolezza che ci fosse qualcuno sempre vigile e pronto a scattare, a permettere a chiunque altro di poter badare alle proprie vite in tutta serenità.

Ciò mi aveva reso un membro molto importante della comunità, forse più del cyiberno!

Fu proprio per neutralizzare una di queste minacce, che mi feci male. Decisamente male: potrei persino dire di aver perso la vita.

Un wyinddorm aveva attaccato una fattoria a monte del villaggio, nei pressi del torrente Rak, ed ero accorso per aiutare i proprietari a scacciare l’animale prima che facesse troppi danni; decisi di inseguirlo per eliminarlo definitivamente, senza però coinvolgere i fattori, già abbastanza presi con il recupero delle bestie fuggite in preda al terrore.

Purtroppo, durante l’inseguimento dovevo essere accidentalmente scivolato giù da un dirupo, quello che gli abitanti chiamano Rupe Arcigna e sotto alla quale ero stato rinvenuto il giorno dopo, incosciente, coperto di tagli e lividi, le costole incrinate, una gamba rotta.

Avevo evidentemente sbattuto la testa con violenza e, cosa più grave, non accennavo a riprendere conoscenza. Neppure Al’viya, il medico di Dvyindoedd, sapeva dire quando e se mi sarei svegliato.

Vollero gli dèi che dopo quattro giorni riaprii gli occhi.
E lei era lì.
Agniya, la bella Agniya, una visione celestiale nonostante uno sguardo carico di emozioni contrastanti: pena, dolore e gioia rigavano le sue guance sotto forma di lacrime silenziose. Eppure non sapevo chi fosse. Ancor peggio, non ricordavo chi fossi io e dove mi trovassi!


La mia atterrita confusione spaventò quella povera ragazza, che corse a chiamare il medico che, dopo avermi visitato, senza dire una parola, scrollò la testa: aveva temuto che un simile trauma avrebbe potuto comportare una perdita di memoria, ma non certo così gravemente.

Godendo fortunatamente di una buona costituzione, mi ripresi completamente in un paio di mesi. Il problema era la mia testa, ancora avvolta nella nebbia più fitta: non ricordavo alcunché della mia vita a Dvyindoedd, dei suoi abitanti, dei miei amici, dei miei parenti. Provavo solo un vago senso di familiarità nell’osservare i volti tristi che si affacciavano nella stanza dove attendevo di rimettermi in forze.

Rimasi commosso dalla pazienza e dalla dedizione dei miei compaesani che, a turno, si sedevano vicini a me per raccontarmi di loro, del villaggio e, soprattutto, di me: come un bambino che ascolta le storie del nonno, seguivo con interesse benché nessun barlume di luce arrivasse a squarciare le tenebre nella mia testa.

Ogni volta, terminati quei colloqui, scuotevo la testa ed il mio amico o parente dimenticato se ne andava sospirando, con un sorriso triste e compassionevole, dopo avermi dato una pacca d’incoraggiamento.

Mi sentivo così perso…

L’unica persona verso la quale sentivo di avere ben più di quella vaga familiarità era Agniya: il mio animo faceva le capriole, quando riconoscevo il suo vivace bussare alla porta; purtroppo, poteva passare ben poco tempo con me, poiché doveva aiutare i suoi con gli animali, giù alla fattoria di famiglia.

In ogni caso, benché non avessi fatto alcun progresso con la memoria, avevo iniziato ad accettare la situazione, cercando di adattarmi alla persona che ero prima dell’incidente, in base a quel che mi era stato raccontato.

La vita andava comunque avanti, no?

Ripresi dunque ad allenarmi: un altro paio di mesi e mi sentii completamente rinato nel fisico, al punto da poter riassumere il precedente impegno di ghyiardd.

La mia decisione fu salutata con gioia e commozione da parte di tutti: Dvyindoedd aveva di nuovo il suo guardiano!

Già, dopo ben quattro mesi da quell’infausto incontro con il wyinddorm, incontro che mi aveva condotto ad un passo dalla morte e, forse, in una condizione ben peggiore della morte.

Il colmo, in tutta questa storia, è che non riuscivo neppure a ricordare come fosse fatto di preciso, un wyinddorm!

Avevo chiesto una descrizione ai miei compaesani e il giovane Demyid aveva anche provato a disegnarmene uno schizzo basandosi sui racconti degli anziani: una sorta di orrenda lucertola a due zampe, enorme, dalle forme sinuose come quelle di un serpente, capace di sputare una bava fortemente urticante.

Erano creature ben più rare di quanto lo fossero un tempo, quando sciamavano periodicamente dalle montagne per razziare qualsiasi cosa commestibile trovassero: da quasi trent’anni, da prima della mia nascita, non si erano rinvenute che vaghe tracce della loro presenza lì a Dvyindoedd.

Dunque, gli dèi avevano deciso di rompere quella lunga tregua, ponendo un wyinddorm sul mio cammino. Una sfida che avevo perso, pagando con la mia memoria.

La domanda era: avrei avuto la possibilità di riscattarmi?


Andrea Saracini

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