Il genere e la lingua. Considerazioni sul rapporto tra lingua e inclusione sociale

Per una società inclusiva serve una lingua che non faccia differenze. È davvero così?

La questione di genere oggi si combatte su più fronti, non da ultimo quello linguistico. I puristi della lingua italiana saranno saltati più di una volta sulla sedia leggendo car* tutt* o la dottora X…; è innegabile che molti espedienti siano difficili da accettare, soprattutto dal punto di vista estetico. Ma quanto effettivamente una lingua “inclusiva” è specchio di una società altrettanto inclusiva? Ne abbiamo parlato con il Professor Matteo Motolese, docente di Linguistica italiana presso l’Università La Sapienza di Roma.

Professore, sentiamo spesso dire che la lingua italiana non è inclusiva, soprattutto se paragonata all’inglese. È vero? Naturalmente bisogna ragionare sulle strutture morfologiche della lingua, che hanno ragioni storiche. È un fatto che la struttura morfologica dell’italiano e delle altre lingue romanze sia diversa da quella dell’inglese, che appartiene ad un altro gruppo linguistico. Detto questo, mi sembra che nella sua osservazione ci sia come un elemento di giudizio. In realtà questo è un modo di guardare le cose un po’ fuorviante.

Secondo lei si può parlare di “sessismo linguistico”? Si parla di sessismo linguistico da ormai molti decenni. La discussione si è aperta a partire dai tardi anni ’70 e fino agli anni ‘90 ci sono stati vari dibattitti in tal senso. La stessa locuzione ha origini da questo periodo e vi furono degli interventi che ebbero molte ripercussioni anche ad alti livelli, in particolare da parte di Alma Sabatini. Mi pare che complessivamente la sensibilità sul tema possa essere positiva perché coglie indubbiamente un elemento. L’importante è collocarlo storicamente e che ci sia una sensibilità che porti a dei passi concreti eliminando realmente le differenze in ambito sociale. La lingua sicuramente può aiutare a mostrare un aspetto, però bisogna fare attenzione a non pensare che cambiandola si cambino i comportamenti o che basti questo. Oltretutto, quando si ragiona sulla lingua bisogna fare molta attenzione: ha una sua storia e la sua storia si lega alla sensibilità che i termini possono richiamare. Pensi agli aspetti di percezione: direi che noi oggi usiamo normalmente il Ministro-la Ministra, e questo non è più avvertito come un elemento di forzatura. Diverso in altri casi: in questi giorni il mio ateneo è in piena campagna elettorale per il Rettore e in tutta la comunicazione si parla del “Magnifico Rettore”, nonostante tra i candidati ci sia anche una donna. Se dovesse essere eletta, immagino che continuerà a chiamarsi Magnifico Rettore.

A proposito di questo. Se si volesse utilizzare il termine al femminile sarebbe più corretto Rettora o Rettrice? Sull’aspetto dei suffissi vale molto la sensibilità. Le faccio l’esempio di avvocato-avvocata-avvocatessa: la forma avvocatessa, a quanto si rileva dai contatti con le stesse interessate, è vista come un po’ squalificante. Lo stesso è accaduto recentemente con una forma che fino a qualche tempo fa non veniva sentita come negativa, cioè vigilessa. Adesso si tende a eliminare il suffisso e a utilizzare la vigile o l’avvocata. Più spesso accade che si usi la parola avvocato, su richiesta delle interessate. Questo, però, non avviene nel caso di professoressa. Bisogna un po’ valutare, soprattutto direi da parte della persona interessata qual è la denominazione che preferisce.

Come valuta l’utilizzo dell’asterisco?  La trovo una soluzione un po’ curiosa, che io personalmente non userei mai. Anche per una questione di estetica linguistica. Non ha corrispettivi nel parlato, è una forma che costituisce una violazione dal punto di vista morfologico. Diversamente invece da quando si dice cari studenti e care studentesse, anche se la ridondanza in casi del genere sarebbe molto forte e dovremmo tenere presente anche in altri campi della comunicazione il doppio destinatario, distinto dal punto di vista morfologico. Questo costituisce un elemento di appesantimento linguistico senza che realmente ci sia un vantaggio. 

Pensa che si potrebbe rispolverare il neutro latino adattandolo all’italiano moderno? Direi di no e per due motivi: il primo è che queste soluzioni a freddo, imposte dall’alto, funzionano fino a un certo punto. La lingua ha una storia, funziona in un certo modo. Le aggiungo: Andrea Moro in La razza e la lingua ragiona su questo fatto e ricorda che nel turco non esiste né maschile né femminile, ma solo il genere neutro. Però se andiamo a guardare le classifiche mondiali per la parificazione dei diritti, la Turchia non è certo il Paese che guardiamo per volontà di emulazione. Quindi questo le dà l’idea anche del rapporto tra la lingua e i comportamenti della società.

Come evolverà la questione linguistica secondo lei? È difficile fare una previsione. Quello che io mi auguro è che in modo graduale e con un adeguamento della lingua alle consuetudini ci sia una differenziazione, laddove questa sia avvertita come un elemento importante da parte delle donne. E in altri casi si lasci che la lingua segua la sua naturale evoluzione. È molto importante che la lingua possa riflettere e possa aiutare a fare emergere le disparità. Tendenzialmente però non andrei oltre questo. Pensare che la lingua debba irrigidirsi e che la mancanza di distribuzione “binaria” rappresenti una mancanza di rispetto, questo sinceramente lo trovo un po’ eccessivo.

Miriam Gualandi

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