“Prigioni di lunga durata”. La violenza sulle donne tra letteratura e realtà

Prigioni di lunga durata. È un’espressione coniata da uno dei massimi storici del XX secolo, Fernand Braudel, quando sosteneva che le rappresentazioni mentali sono una delle cose che muta più difficilmente. L’essere umano è fatto per ambientarsi e per modificare l’ambiente che gli sta intorno, ma ci sono degli schemi mentali che da duemila anni ad oggi sono gli stessi. Cambia la percezione di pochi individui, forse, ma non il sentire comune. Ecco perché, evidentemente, sentiamo il bisogno di istituire un giorno in cui ricordiamo al mondo che stiamo lottando per qualcosa.

Il 25 novembre è un giorno triste per tutte le donne, ma dovrebbe esserlo anche per tutti gli uomini. Ormai leggiamo i dati con la stanchezza delle cose abituali: secondo l’ultimo rapporto Eures sul femminicidio in Italia sarebbero 91 le donne uccise nei primi dieci mesi del 2020. Una ogni 3 giorni. A cui si aggiungono le donne stuprate, quelle picchiate, quelle vessate, quelle che hanno paura e non denunciano. Quelle che denunciano, ma non vengono credute. Il grande dramma delle donne, nel I sec. a.C e duemila anni dopo Cristo è quello di dover sempre dimostrare la fondatezza delle loro accuse. Dover passare per le forche caudine del giudizio. Perché le donne sono volubili, sono strane, umorali, hanno il ciclo, la menopausa, si lamentano, piangono. Esagerano. È storia vecchia. Catone il Censore, in un discorso attribuitogli da Tito Livio, affermava per esempio che le donne non fossero in grado di controllare da sole i propri eccessi e che avessero bisogno di un “tutore”. Un uomo, chiaramente.

Forse non ne abbiamo una percezione chiara, ma ci portiamo dietro dal nostro passato molti più concetti di quanto pensiamo. Come ad esempio il concetto romano di pudicitia. Il Pudore. In una Controversia Seneca il Vecchio ricorda i “consigli” dati da Marco Porcio Latrone alle donne honestae: vestire in un certo modo, evitare di parlare con gli sconosciuti. Le donne che scelgono vesti appariscenti o che tengono un atteggiamento ammiccante, sono sicuramente prostitute o stanno provocando apertamente la sorte e gli uomini.

La trattatistica antica è piena di scritti sul corretto comportamento da tenere in pubblico, ma potremmo riconoscere gli stessi concetti nei commenti lasciati sui social alla notizia della giovane maestra d’asilo vittima di revenge porn. Se l’è cercata, in fondo è lei che ha mandato foto intime al fidanzato (che poi è diventato ex). Lui ha fatto una ragazzata, in fin dei conti. Non era forse Tertulliano ad affermare che sono gli uomini, poveri loro, a doversi guardare dalle donne e dalla spada della loro cupiditas? E che dire della 18enne stuprata nella villa di Genovese? Com’era vestita? Perché i genitori non l’hanno tenuta in casa? Non sapeva a cosa andava incontro? Beh, diciamo noi, è probabile che avesse messo in conto un rapporto consenziente. Non certo 24 ore di torture.

Dobbiamo poi prendere tristemente atto che le prime nemiche delle vittime sono le donne. Come Era, la regina degli dei mille volte tradita, che punisce Callisto, l’inportuna, per aver dato alla luce il figlio di suo marito. La colpa non è di Zeus, che l’ha violentata, ma di Callisto, che era troppo bella e si è fatta stuprare. Così come la bella Dafne, che Apollo insegue crinem sparsum cervicibus adflat, (ansimandole sui capelli sparsi sul collo), che a rileggere oggi le righe scritte da Ovidio vengono i brividi, perché potrebbe essere tranquillamente la deposizione di una vittima di stupro.

Ma alle donne piace essere stuprate. È sempre Ovidio a dircelo, maestro indiscusso dell’arte di amare. Per esempio, quando parla di Achille che prende con la forza la giovane Deidamia, ci dice “viribus illa quidem victa est (ita credere oportet), sed voluit vinci viribus illa tamen” e cioè «soltanto dalla forza ella fu vinta, così è opportuno credere, ed anch’ella voll’esser vinta solo dalla forza».

«Lo stupro è un atto peggio ma solo all’inizio, poi la donna diventa calma e si gode come un rapporto sessuale normale». Questo commento apparve circa tre anni fa su un post del Resto del Carlino. A farlo fu il dipendente di una Coop (poi licenziato) che commentò in questi termini uno stupro di gruppo avvenuto a Rimini. Eccoli, gli schemi mentali, così antichi eppure così moderni. Almeno Ovidio sapeva maneggiare l’arte della parola, cosa che non si può dire degli odierni commentatori seriali. Ma ci sono anche giornalisti, persone di cultura che con i loro titoli e le loro parole continuano a giustificare una violenza, una riduzione al silenzio che non può e non deve essere confinata alla lotta di poche donne. Abbiamo ancora molto da imparare e possiamo farlo proprio a partire dai grandi classici della nostra letteratura.

L’arte, la mitologia, gli autori antichi vanno contestualizzati, non cancellati. Non è Medusa a dover tagliare la testa a Perseo, è Perseo che deve rifiutarsi di uccidere Medusa. E solo quando Atena si rifiuterà di punirla per aver subito violenza potremmo dire di essere sulla buona strada per costruire una società migliore.  

Articolo di Miriam Gualandi

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