Il Guardiano di Dvyindoedd – Parte II

Di: Andrea Saracini

Mi trovavo ancora seduto su quella panchina nella piazza centrale di Dvyindoedd; non era passata un’ora, ma con la mente avevo ripercorso gli ultimi quattro mesi: l’incursione dell’orrido wyinddorm, il terribile infortunio durante il suo inseguimento, la totale perdita di memoria, il recupero della mia identità grazie ai racconti dei miei premurosi compaesani.

Un uomo attraversò la piazza deserta con passo svelto e sguardo arcigno; iniziai istintivamente a mormorare, come un bimbo che ripeta una lezioncina a scuola: Traodd il fabbro, non sposato, irascibile, gran forgiatore di attrezzi ed armi, sopravvissuto ad una decina di scaramucce alle frontiere con le nazioni vicine, ha perso un occhio in un terribile incidente di lavoro e quella benda nera sembra proprio adatta al suo cipiglio.

«Fai così con tutti noi?»

Non mi voltai, avevo riconosciuto la voce del fratello di mio padre. Sorrisi: «Buongiorno, Yion. Sì, stavo “ripassando” un po’…»

L’uomo, poco più che cinquantenne, barba e capelli color cenere, mi si accomodò vicino ed iniziò ad armeggiare con la sua pipa di radice: dèi, non sopportavo quella roba puzzolente che usava fumare!

«In realtà, stavo per andare ad allenarmi in qualche posto fresco: non posso mica passare tutto il giorno qui a grattarmi la pancia!»

«Bravo ragazzo! Mi fai tornare in mente i bei tempi, quando tu non avevi ancora peli sotto il mento ed io ti davo qualche dritta su come usare la spada…»

«Nostalgico, stamattina?»

«Beh, più si invecchia, più si vive di ricordi. Mio nonno diceva sempre “guai a chi non colleziona esperienze nella propria vita!”.»

Mi rabbuiai: io avevo perso tutto, stavo ricominciando faticosamente da capo. Mi diede una leggera pacca sul ginocchio, imbarazzato: «Scusami, l’ho detto senza pensare!»

«Non ti preoccupare. Agli dèi piacendo, tornerò quello di prima.»

Yion diede un paio di pipate, emettendo sbuffi dall’odore di merda di mucca: mi chiedevo se non la fumasse davvero.

«Aryinn, dobbiamo essere positivi: hai tutto l’aiuto possibile da parte dell’intera Dvyindoedd. A proposito, non sono ancora così decrepito da non poterti assistere con gli allenamenti, se lo desideri!»

Accettai e ci dirigemmo oltre il recinto sacro del Santuario, verso il torrente Rak, superando campi coltivati e pascoli vivacizzati da gruppi di mucche quadricornute.

 Yion era davvero in vena di ricordi nostalgici: prese a raccontare, con malinconica allegria ed occhi velati di malcelata tristezza, di come passavamo ore ad allenarci, quando ero solo un ragazzo di diciassette anni. Onorava una promessa fatta a mio padre che, avendo perso una gamba nella Piccola Baruffa contro il Granducato di Grafdastìr, non avrebbe potuto addestrarmi al meglio nell’arte della spada: Yion, d’altro canto, era uno dei più abili spadaccini della zona e si dimostrò felice di potermi trasmettere la sua tecnica. Ricordò dei primi combattimenti con armi di legno, della volta in cui gli assestai per sbaglio una bastonata nelle palle, dei lividi, dei graffi, delle cicatrici, delle risate, delle battute di caccia, della mia prima preda catturata.

Preso da quel vortice di memorie per me dimenticate, raggiungemmo in breve una radura erbosa ombreggiata da alcuni alberi e lambita dalle vivaci acque del Rak.

Estrassi la spada e cominciai a fendere l’aria, combattendo contro un fantoccio di paglia che avevo costruito. Considerando la situazione, la mia abilità sembrava stupefacente: i miei muscoli dovevano aver mantenuto, in qualche modo, la memoria di centinaia di allenamenti e combattimenti; tuttavia, mi sentivo ancora decisamente goffo. Yion mi spronava, mi rimproverava, mi correggeva, mi lanciava frecciatine, si complimentava.

«L’arma che tieni in mano comporta una grande responsabilità: sono lieto di vedere che tu prenda la cosa così seriamente. Stai sicuro che, con il tempo, tornerai a padroneggiarla.»

Lo zio era presente e giurò di essersi commosso quasi al punto di piangere, quando mio padre posò per la prima volta quella spada nelle mie mani. Apparteneva alla mia famiglia da generazioni, tramandata dai padri ai figli, la lama forgiata e riforgiata più volte dai capaci fabbri del paese, compreso Traodd: sulla guardia dell’elsa, simile ad un intreccio di strisce in ferro battuto, dominava lo stemma degli Strivyidd, il mio casato.

Ciò che più mi disturbava era il non provare alcun legame con quell’oggetto, il quale incarnava praticamente tutto il mio retaggio famigliare: avevo la sgradevole sensazione di essermi appropriato di qualcosa trovato per via.

Yion si congedò e tornò in paese, io proseguii i miei combattimenti immaginari con una determinazione che, a volte, temevo fosse artificiosa e più atta a soddisfare le aspettative che gli altri riponevano su di me. Cercavo di non pensarci.

Rincasai tardi, quel pomeriggio, quando le ombre erano già parecchio lunghe sotto il cielo rosso. Trovai mia madre indaffarata con la cena e mio padre tutto intento a lucidare la sua gamba di legno; nel vedere la protesi, mi tornò in mente una domanda che avrei voluto porgli da un po’: «Padre, mi chiedevo: ho mai combattuto in uno dei tanti conflitti ai confini della Repubblica?»

Preso alla sprovvista, posò il panno vicino al barattolino della cera esitante: «No, Aryinn, tu no di certo. Vedi, chi si dedica a vegliare sul paese ed i suoi abitanti viene richiamato di rado nell’esercito: altrimenti, chi rimarrebbe a controllare la situazione, qui? Marmocchi, anziani e mutilati?», concluse ridendo, indicando la sua protesi.

«Fino ad oggi mi sono occupato di poca roba, comunque.»

«Dipende dai periodi: ci sono stati anni molto irrequieti in cui i ghyiarddes erano due o persino tre: quand’ero piccolo, mio padre collaborava con suo fratello ed un cugino. Allora eravamo proprio in guerra: con il Principato di Galydorna, se non ricordo male.»

«“Cugino” mi sembra un po’ vago: qui siamo praticamente tutti parenti!»

«Il paese è piccolo, non è mica Tradoke!», ridacchiò lui.

«Ci sei mai stato?»

«Si, con te. Ma non ti era piaciuta: tornando a Dvyindoedd, ti lamentavi di quanto fosse troppo grande e caotica la capitale e qui tutto più tranquillo e sereno!». Ammiccò, ilare.

La grande città: non ne avevo alcun ricordo, ovviamente, ma ogni tanto la curiosità mi portava a fantasticare su come potesse essere. «Chissà come la penserei, ora, dato che non…»

«Beh, a te questo paese è sempre piaciuto, devo dire: te lo sentivo ripetere spesso.»

«Non posso negare di provare un legame, seppure ancora vago, con questi luoghi e i suoi abitanti, in particolare con Agniya. Mi chiedevo se…»

Aggrottò la fronte: vidi uno strano balenio nei suoi occhi.

«Vuoi sapere se vi siete frequentati, prima che tu…? ‘ndeh, sicuramente, eravate…siete molto amici fin da piccoli, più che con gli altri vostri coetanei. Però, ultimamente, è stata molto indaffarata con la fattoria dei suoi.»

«Me ne sono accorto! Non sono riuscito a parlarle molto.»

Dei colpi molto forti alla porta di casa ci interruppero. Trasalimmo tutti. L’uscio di spalancò con violenza e sulla soglia apparve Yion, con gli occhi sbarrati ed il fiatone: «Quel maledetto wyinddorm! È stato avvistato su alla Rupe Arcigna!»

Prossima parte sul mensile in uscita l’8 Gennaio.

Andrea Saracini

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