Grammatica da tastiera: Problematiche non è sinonimo di problemi

Di Redazione: articolo a cura di Sara Ciprari

È tornato ad accendersi negli ultimi giorni il dibattito sulla riapertura delle scuole superiori e la ripresa della didattica tradizionale, in aula. La proposta, ancora oggetto di discussione tra il governo e le singole regioni, ha suscitato rinnovato interesse e polemiche tra gli utenti dei social. Scorrendo i commenti agli articoli sull’argomento, salta all’occhio la frequenza del termine problematica, spesso al plurale, usato in riferimento alle difficoltà generate dalla pandemia nella gestione dell’istruzione pubblica. Eccone due esempi:

  1. «Farli tornare a scuola incrementando i pullman? Avete idea delle problematiche che questa chiusura sta provocando in molti adolescenti?»;
  2.  «Abbiamo lavorato sempre in presenza senza problemi ma con tanta attenzione, mettendo in pratica le semplici e basilari regole anti-covid. N.B. Ovviamente la scuola secondaria ha altre problematiche

            Nel primo caso, l’utente, evidentemente favorevole alla ripresa delle attività in presenza, allude ai disagi psicologici e sociali che il prolungato isolamento sta causando nei giovani studenti. Nel secondo, un insegnante difende l’efficienza del sistema scolastico per quanto riguarda gli ordini inferiori, suggerendo che il rischio di contagio per gli studenti della secondaria di II grado è imputabile ad altri fattori. Entrambi sembrano preferire al semplice problemi il sostantivo problematiche: termine concettualmente errato nel primo caso; parzialmente sovrapponibile nel secondo.

            Il sostantivo problematica deriva dall’aggettivo problematico ed ha un’origine piuttosto recente. Il GRADIT, Grande dizionario italiano dell’uso realizzato dal linguista Tullio De Mauro nel 1999, registra la nascita e la diffusione del termine all’anno 1950 e lo etichetta come voce del vocabolario comune (CO) – un vocabolo appartenente a quel bacino di 40 mila parole tendenzialmente conosciute da chi abbia un livello medio-alto di istruzione. La sua definizione recita: «l’insieme dei problemi relativi a una determinata questione: problematica sindacale | la particolare impostazione dei problemi che è propria di una disciplina, di un movimento, di un pensatore, ecc.: la problematica filosofica, kantiana». Si tratta, dunque, di un nome astratto e collettivo, corrispondente al concetto di ‘insieme di problemi correlati tra loro’; nell’accezione tecnica e più marcata: ‘insieme di problemi relativi a una disciplina’. La definizione del vocabolario sembra distinguere nettamente il termine dal sostantivo primitivo da cui deriva: problema. Una parola, quest’ultima, appartenente al lessico fondamentale (FO) – le duemila parole dominate da ciascun parlante o scrivente italiano e di uso frequente – attestata fin dal XIV secolo, e avente come primo significato quello di «quesito di una certa importanza e difficoltà, questione controversa che può dare adito a soluzione diverse: problema filosofico, problema morale | situazione, questione difficile da affrontare e risolvere: problemi razziali, sociali».

            Gli esempi sopra riportati testimoniano che è in atto un’estensione e una banalizzazione del significato del termine problematica, specie al plurale dove è inteso genericamente come ‘insieme di problemi’. In questa accezione la parola va sostituendosi alla forma problemi quando concettualmente se ne vuole indicare una grande quantità o una discreta varietà. Qual è il valore aggiunto che porta gli utenti a preferire problematiche a problemi? La risposta va cercata nella differenza di registro linguistico. Problematiche è un termine dell’ambito burocratico, utilizzato da politici e giornalisti in contesti formali. Una parola astratta, più ricercata della comune problema e più lunga, cioè fonicamente più consistente: tutti aspetti che agiscono sotterraneamente nel processo di selezione di un termine di chi intenda innalzare il proprio registro. Potremmo definirlo un fenomeno di ipercorrettismo lessicale e stilistico: la sostituzione di una forma corretta ma percepita come troppo comune con un tecnicismo semanticamente impreciso. Lo stesso fenomeno è ravvisabile nel dilagare di termini quali tematica, modalità, metodologia, tipologia ecc. Non sempre la variante più rara e formale è la più adatta ad esprimere quel particolare concetto. L’utente che interviene in una discussione su temi politici e sociali è portato ad elevare il registro lessicale per dare prestigio al proprio pensiero; adotta espressioni formulari e stereotipate del registro burocratico, ma corre il rischio di farne un abuso.

Articolo a cura di Sara Ciprari

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