Quanti anni ha il patriarcato? 250mila

Riflessioni su paternità e patriarcato alla luce del Laboratorio di Studi femministi Anna Rita Simeone “Sguardi sulle differenze

No, non è un errore di battitura. Sono proprio 250mila, più o meno da quando l’essere umano ha cominciato a creare le prime strutture sociali. Cosa succede quando una struttura millenaria crolla su sé stessa? Immaginate il patriarcato come un’immensa Piramide i cui pezzi si staccano, enormi, trascinandosi dietro tutto il loro peso, la loro storia e schiacciando irrimediabilmente chiunque passi nelle vicinanze. Segue il caos più totale. Ciò che è avvenuto nel corso degli ultimi cinquant’anni nella società occidentale è più o meno questo. Ma il crollo definitivo non è ancora avvenuto, forse ci vorranno altri cinquanta anni e chissà se in definitiva avverrà mai. Ma cosa sta succedendo in questo caos?

Il filosofo Marcel Gauchet in La fine del dominio maschile, sostiene che nei primi modelli sociali sia stato dato alla donna il compito di “creare” la vita, mentre l’uomo si sarebbe preso l’onere di proteggere questa vita dalla morte. Ciò ha avuto, però, l’effetto di dare al maschio la gestione completa della struttura sociale, che comprendeva la vita politica, sociale, religiosa, i riti di passaggio all’età adulta. Nel momento in cui la società arcaica è stata sostituita dalla società consumistica, la figura “paterna” intesa in quel senso è venuta meno. Questa rottura ha spazzato via non solo il modello patriarcale ma anche quello familiare. Secondo l’ISTAT oggi esistono ben 16 modelli familiari, mentre prima ne esisteva solo uno: la famiglia non è più la cellula di base della società, la genitorialità è un fatto privato e non più sociale. La paternità non si afferma più sul piano sociale e le donne vivono anche fuori dalla cellula familiare.

Eppure, biologicamente la società umana ha la tendenza a quella che in psicanalisi viene definita “coazione a ripetere”: cioè la tendenza a voler mantenere immutabile lo stato delle cose. Dunque, se per esempio nelle università e nei licei la maggior parte degli studenti sono donne e si stima che tra qualche anno la maggior parte dei settori sanitari saranno in mani femminili, al contrario i cicli di laurea STEM, che secondo gli analisti rappresenteranno i lavori del futuro, sono per lo più in mano maschile. Le ragazze a scuola sono più brave dei ragazzi, ma nel mondo del lavoro sono loro a subire la segregazione e verticale e orizzontale.

Allora è necessario interrogarsi su cosa questo crollo abbia determinato e dove si ripresenta sotto mentite spoglie. Esempio sotto gli occhi di tutto sono i femminicidi, ma anche l’incesto, fenomeno sommerso eppure drammaticamente frequente. Sono rimasta colpita, ad esempio, leggendo alcuni giorni fa le risposte lasciate a delle storie Instagram di una influencer alla quale molte donne avevano confidato il proprio terribile segreto: erano state vittima di molestie e stupri da parte di zii, fratelli, padri. Ed erano tante, tantissime.

Fabio Castriota, psichiatra e docente universitario, durante l’incontro online “Come sta il patriarcato? La fine del dominio maschile”, organizzato dal Laboratorio di studi femministi Sguardi sulle differenze, ci ricorda che dobbiamo essere ottimisti, perché si stanno affermando anche nuovi modelli di paternità, in cui si cerca di ristabilire una situazione che sia nel giusto mezzo tra un patriarcato ormai al tramonto e questi vuoti “sociali”. «Il padre deve essere un testimone», ha detto, «il bambino è attento a quello che un genitore è, perché ne assorbe la struttura genitoriale. Il padre può testimoniare un modello in cui esprime il proprio amore attraverso un atteggiamento costruttivo, che non passa tramite l’imposizione del modello stesso».

Ora, la questione non è più solo “femminile” e il silenzio degli uomini in merito non è più accettabile. Sono certa che molti degli uomini che sono incappati in questo titolo avranno pensato che si trattasse dell’ennesima tirata di una femminista invasata. Non mi sento di dar loro torto. La comunicazione di molte attiviste spesso eccede di arroganza, si impone, non spiega, rinuncia agli attributi della femminilità, della bellezza, urla, usa il turpiloquio. Si avvicina sempre di più al modello maschile che tanto cerchiamo di contrastare, quasi come se al modello patriarcale volessimo sostituire quello matriarcale. È di cooperazione, invece che abbiamo bisogno. Come in questa rarissima rappresentazione della natività contenuta in un Libro d’Ore del 1400, custodito a Cambridge, in cui la Madonna, pur non rinunciando al suo ruolo di madre, si ritaglia il suo spazio leggendo un libro. Mentre Giuseppe, pur non rinunciando al suo ruolo di “maschio” protettore della sua famiglia divina, si prende il tempo per stringere con amore a sé il Figlio.

Articolo di MIRIAM GUALANDI

Foto via THE FITZWILLIAM MUSEUM, CAMBRIDGE

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