L’Aperi – Libro di gennaio: “La banalità del male” di Hannah Arendt

“Quando io parlo della “banalità del male”, lo faccio su un piano quanto mai concreto. Eichmann non era uno Iago, né un Macbeth, e nulla sarebbe stato più lontano dalla sua mentalità che “fare il cattivo” per fredda determinazione. Non era stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza d’idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo”

Hannah Arendt

Siamo nel 1960 quando viene catturato in Argentina il gerarca nazista Adolf Eichmann, e viene portato a Gerusalemme per essere processato, e, successivamente, condannato a morte. Hannah Arendt assiste al processo, in qualità di inviata per il settimanale New Yorker. Nel 1963 verrà pubblicato il saggio “The banality of evil”, resoconto del processo ad Eichmann, accompagnato dalle riflessioni dell’autrice. Un titolo estremamente significativo, ma difficile da comprendere evitando fraintendimenti. Perché, e soprattutto, come è possibile definire il male provocato dal nazismo e dai suoi orrori come “banale”? Sembrerebbe, apparentemente, un minimizzare la crudeltà del nazismo. In realtà, l’intento è tutt’altro. La riflessione di Arendt è esito dell’evoluzione di innumerevoli riflessioni precedenti, iniziate fin dalle “Origini del Totalitarismo” (1951). Gli orrori del nazismo, dice Arendt, non sono stati realizzati da menti terribilmente cattive, ma, al contrario, da volonterosi carnefici che si sono limitati ad eseguire gli ordini. Lo stesso Eichmann, che il lettore conosce attraverso le pagine di Arendt, non è altro che un piccolo uomo, preoccupato per la propria carriera, non particolarmente cattivo, che si limita ad obbedire. Non c’è in lui alcuna vera “volontà nientificatrice”, ma una grigia e banalissima obbedienza. Attenzione, Arendt non sta giustificando: sta cercando di far capire al lettore che il vero e pericoloso male è dato proprio da questa cieca obbedienza. In effetti, i “grandi mostri cattivi”, che pure esistono, sono sempre figure isolate. La crudeltà del nazismo non è tanto legata ai grandi mostri, ma alle moltissime persone banali che eseguivano ordini.  Arendt è sconvolta dal fatto di essersi resa conto dell’inconsapevolezza così banale che si nasconde dietro lo sterminio più terribile della Storia. Eichmann, e, come lui, gran parte dei nazisti, mostrava una straordinaria incapacità di pensare e di essere critico nei confronti di sé stesso e degli altri. È proprio questa incapacità, questa obbedienza, che è la vera radice del male: un male che non è radicale e pienamente consapevole, ma terribilmente banale. Una banalità che è in grado di compiere atrocità impensabili.

Titolo: La banalità del male (originale: The banality of evil)

Genere: Saggio

Anno di pubblicazione: 1963

Casa editrice: Feltrinelli

Lo consiglio perché…

Lo consiglio fortemente perché non possiamo e non dobbiamo dimenticare. È nostro dovere riflettere sulle atrocità del secolo scorso, e questo testo ne è una testimonianza ineguagliabile. La storia non va solo studiata, in modo passivo, sul libro di scuola. La storia va interiorizzata, vissuta, ragionata. Ed è qui che ci vengono in soccorso le fonti storiche, le testimonianze di chi quella storia l’ha vissuta come presente.

BIO AUTORE

Hannah Arendt (1906 – 1975) è stata una delle personalità più importanti del secolo scorso. Attraverso i suoi scritti ci giunge la testimonianza di un Novecento lacerato da conflitti, dolori e drammi. Non volle mai essere definita “filosofa”, ma “pensatrice politica”. Da giovane frequentò a Marburgo le lezioni di Martin Heidegger, con il quale ebbe una relazione. A causa delle ambigue simpatie di Heidegger per il nazismo, però, la relazione si interruppe, e nel 1933 Arendt fu costretta a fuggire dalla Germania e andare in America, come fecero molti altri intellettuali del secolo scorso. Nel 1951 viene pubblicato uno dei suoi scritti principali: “Le origini del totalitarismo”. Tra le sue numerose opere, ricordiamo solo alcune delle principali: Vita activa (1958), La vita della mente, Tra passato e futuro, Sulla rivoluzione, Sulla violenza.

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