L’orrore dei campi di sterminio del Novecento: comprendere senza giustificare

Articolo a cura di Esmeralda Moretti

Il 27 gennaio è una data importante e significativa. La nostra memoria non dovrebbe però destarsi una sola volta l’anno, ma di fronte ad ogni singhiozzo di ingiustizia che anima il mondo.

Non è semplice trovare le parole giuste da dire per ricordare l’orrore della Shoah. Non è semplice affatto, perché qualsiasi parola sembra sbagliata, inadeguata, insufficiente. Non è semplice perché sembra impossibile che certe cose siano successe davvero, e meno di cento anni fa. Eppure, sono successe. Ed è per questo che ricordare è fondamentale. Ricordare, capire, riflettere. E penso che sia importante e indispensabile anche provare rabbia, dolore, un senso di impotenza e inadeguatezza di fronte a tante vite umane soffocate nel silenzio. In questo numero de La Volpe, abbiamo deciso di dedicare “L’Aperi-Libro” ad uno dei libri che meglio testimoniano la strage della Shoah: “La banalità del male” di Hannah Arendt.

In questo articolo mi piacerebbe riflettere sul modo in cui il Novecento ha interiorizzato e cercato di elaborare i drammi che lo hanno lacerato, segnato, sconvolto. Le voci che hanno narrato la Shoah sono state tante. Chi ha vissuto sulla propria pelle il dolore del nazismo si è sentito in dovere di raccontarlo, proprio per fare in modo che tale orrore non solo non venisse mai dimenticato, ma, soprattutto, non si ripetesse più. Scrisse Primo Levi, uno dei narratori più celebri: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”. Per chi ha vissuto la terribile esperienza dei campi di sterminio, raccontare non è una scelta, o una liberazione: è piuttosto un dovere morale, una responsabilità. Nonostante il dolore che si prova nel raccontare e ripercorrere la durezza di tale esperienza, raccontare diventa una necessità, perché ricordare gli errori del passato è l’unico modo che abbiamo per tentare di salvare il futuro. “Se questo è un uomo” di Primo Levi è il racconto dell’esperienza dell’autore nel campo di concentramento di Auschwitz. Una testimonianza quasi incredibile. Così come è quasi incredibile andare in visita presso ciò che resta dei campi di sterminio, e guardarsi intorno. Viene da chiedersi fino a dove può spingersi la cattiveria umana, viene da chiedersi se davvero c’è un limite. Viene da chiedersi come qualcuno possa sentirsi in diritto di spegnere così, senza troppi pensieri, le vite di uomini innocenti, indifesi. Visitare ciò che resta di un campo di concentramento, leggere queste testimonianze, sono esperienze forti, che ognuno di noi dovrebbe fare.

A riflettere sul nazismo e, in generale, sul modo in cui sono venuti a formarsi i regimi totalitari, è stata Hannah Arendt. Arendt, che da sempre volle essere definita una “pensatrice politica”, e non una “filosofa”, aveva frequentato a Marburgo le lezioni del filosofo Martin Heidegger, con il quale aveva poi intrapreso una relazione. Nel 1933, però, le cose cambiano. Il 1933 è infatti un anno spartiacque per il Novecento, in quanto segna l’ascesa di Adolf Hitler a cancelliere. In quello stesso anno, la relazione tra la Arendt e Heidegger si interrompe, a causa delle simpatie di Heidegger per il nazismo. Arendt, come tanti altri ebrei tedeschi e intellettuali europei, è costretta ad abbandonare la Germania, in quanto privata della cittadinanza tedesca. Fugge così in America, dove vivrà gran parte della sua vita e trascorrerà i tormentati anni della guerra. Nel 1951 pubblica il suo scritto “Le origini del totalitarismo”, opera politica all’interno della quale si occupa di ciò che è successo in Europa e di come fu possibile arrivare, nel pieno della civiltà europea del Novecento, alla vicenda dei campi di sterminio. Non tutti sanno che lo stesso concetto di “totalitarismo”, nell’accezione che conosciamo, fu teorizzato proprio dalla Arendt. Regimi totalitari, per Arendt, sono il nazismo e lo stalinismo. Il fascismo non viene considerato da Arendt un totalitarismo, ma un atoritarismo. Arendt si chiede come (e se) sia davvero possibile comprendere l’orrore dei campi di sterminio senza giustificare. Un orrore senza precedenti: mai prima di allora era avvenuta una distruzione dell’umano e una disumanizzazione così estrema. È a tal proposito che Arendt parla di “processo di nientificazione”, svoltosi su tre livelli di azione: prima, l’uccisione della personalità giuridica (abolendo i diritti e rendendo apolidi, cioè privi di cittadinanza, chiunque non fosse benaccetto al regime); in seguito, la distruzione della personalità morale degli individui; in ultimo, l’uccisione dell’unicità del singolo. Ed è questo che distrugge l’essere umano, dato che Arendt, in “Vita Activa” (1958), descrive la condizione umana come una condizione di “unicità nella pluralità”. Gli uomini sono unici, singolari, distinti; il processo di omologazione e riduzione dell’essere umano ad automa, come è avvenuto nei campi di sterminio, è significato la distruzione di questa unicità.

Saranno moltissime le riflessioni sul futuro dell’uomo dopo Auschwitz. Riflessioni filosofiche, letterarie, riflessioni umane. Una delle più toccanti è la poesia che apre “Se questo è un uomo” di Primo Levi:

“Voi che vivete sicuri

nelle vostre tiepide case,

voi che trovate tornando a sera

il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

che lavora nel fango

che non conosce pace

che lotta per mezzo pane

che muore per un si o per un no.

Considerate se questa è una donna,

senza capelli e senza nome

senza più forza di ricordare

vuoti gli occhi e freddo il grembo

come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

stando in casa andando per via,

coricandovi, alzandovi.

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

la malattia vi impedisca,

i vostri nati torcano il viso da voi”.

Conoscere, non dimenticare, per fare in modo che non accada più. “L’indifferenza è più colpevole della violenza stessa. È l’apatia morale di chi si volta dall’altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo” (Liliana Segre).

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