“Post-postmodernismo” e i social network

Articolo di Redazione – a cura di Emanuele Aschi


Molti di noi sono iscritti ad almeno un social network. I social, da una decina di anni a questa parte, sono parte integrante delle nostre vite, e alcuni di noi dipendono economicamente dal loro utilizzo. Come inoltre sappiamo tutti, i social network hanno portato con sé una miriade di problemi tutt’ora irrisolti. Uno dei più importanti è che chiunque sui social network può scrivere ciò che vuole a prescindere dalla veridicità di
quello che dice
. Questo ha portato come conseguenza la possibilità, da parte di ognuno, di diventare un portatore di verità, qualunque sia il suo status intellettuale, grazie soprattutto alla gigantesca fruizione dei social network.

In realtà, questa non è un’immediata conseguenza dei social, ma di quel movimento di pensiero affermatosi nella seconda metà del XX secolo, chiamato postmodernismo.
Il postmodernismo è un movimento filosofico, artistico, culturale e letterario che ha molteplici sfaccettature, ma che alla base ha una completa sfiducia verso il progresso in generale. Questo perché il postmodernismo pensa che nell’era moderna il singolo viva all’interno di una struttura organizzata, dalla quale dipende e viene influenzato. Il soggetto, nella visione del postmodernismo, è quindi il frutto di vari fattori del contesto in cui è collocato: non c’è un modo univoco di intendere né il soggetto né, di conseguenza, l’intera società. Questa concezione porta inevitabilmente al relativismo, un aspetto che condiziona molto la nostra vita.


Tralasciando gli importanti sviluppi che il post-modernismo ha avuto in molti campi culturali, verrebbe spontaneo chiedersi cosa c’entri con il discorso iniziale sui social network.

A causa del relativismo e della non linearità teorizzati dal post-modernismo, siamo arrivati al punto in cui ognuno ha una propria visione della realtà. Se uniamo questo dato al superficiale utilizzo di internet, ecco che abbiamo un perfetto quadro di quanto detto all’inizio: chiunque in un contesto simile può sfoderare la propria tastiera e diventare il paladino della verità con un semplice post su Instagram o con pochi caratteri su Twitter. Tutto ciò ci porta in un contesto che è ancora oltre il postmodernismo, una sorta di “post-postmodernismo”, se così si può dire.

C’è una soluzione a tutto ciò? Probabilmente no. I social network hanno un regolamento che è facilmente aggirabile da tutti. Forse l’unico modo per un utilizzo più sano sarebbe la responsabilità: sia di ciò che si scrive, sia di leggere con un occhio critico quello che viene pubblicato da altri. Però una condizione “post- postmoderna” come la nostra sembra quasi andare contro questo concetto di responsabilità.

Ma forse non c’è bisogno di una soluzione. Forse è proprio questa la direzione verso cui si vuole andare: magari tra qualche anno, in una condizione ancora più “post”, inizieremo a leggere su internet pubblicazioni di fisica quantistica scritte da parte di persone che a malapena sanno cosa sia un atomo. Un “post-postpostmodernismo”, uno scioglilingua praticamente. E questa pandemia, in cui chiunque si è improvvisato virologo, epidemiologo, economista, vaccinologo, ci mostra che questa meta non è poi così lontana.

Qualsiasi sia la direzione verso cui andremo, ora non possiamo saperlo. Quello che però sarebbe fondamentale da tenere a mente navigando in rete sono le celebri parole di Umberto Eco: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

Foto: Pixabay

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