Tre parole della Commedia di Dante che usiamo ogni giorno

Articolo di redazione: a cura di Sara Ciprari

Il 2021 è l’anno di Dante. Ricorrono, infatti, i 700 anni dalla morte del Sommo poeta e numerose sono le iniziative digitali che fin dai primi di gennaio ne stanno onorando la memoria. La più nota, forse, è quella intrapresa dall’Accademia della Crusca, la #paroladidantefrescadigiornata: una rassegna giornaliera di parole dantesche selezionate dalla Commedia.I dantismi, cioè i neologismi e le neo-formazioni bizzarre del poeta (intuarsi, dal pronome tu, ‘identificarsi spiritualmente con il proprio compagno’; immegliarsi ‘diventare migliore’ ecc.), vengono pubblicati sull’account Instagram e Facebook dell’Accademia accompagnati da delucidazioni sul significato, l’origine e la fortuna del termine nei secoli successivi.

Il contributo del poeta alla lingua italiana nascente non si esaurisce, però, con i neologismi. Invenzioni geniali, ma che spesso non sono entrate nell’uso o vantano poche occorrenze solo nei testi letterari successivi che vollero omaggiarlo. La matrice dantesca della nostra lingua è stata statisticamente misurata e risiede in quella alta percentuale di parole che furono usate ininterrottamente dal Trecento ad oggi, a cui Dante diede legittimazione letteraria. Tullio De Mauro, l’autore del Grande dizionario italiano dell’uso (GRADIT), ha calcolato che sono circa 4500 le parole che utilizziamo per il 96% di ciò che scriviamo e diciamo ogni giorno; esse costituiscono il nostro vocabolario di base. Per il 90% sono parole che ereditiamo da Dante e dagli altri due massimi scrittori del Trecento, Petrarca e Boccaccio.

Possiamo affermare, dunque, che parliamo la stessa lingua da circa 700 anni? La questione non si può ridurre ed estremizzare ad una simile deduzione, ma c’è un fondamento di verità nei dati statistici. Molte delle parole che appaiono nei versi della Commedia sono vocaboli solo apparentemente familiari. Termini che non sono mutati nella forma, ma hanno subito uno slittamento semantico, cioè hanno cambiato significato. Si prenda in esame la parola ragazzo presente nei seguenti versi (Inf. XXIX, 76-78):

e non vidi già mai menare stregghia

a ragazzo aspettato dal segnorso,

né a colui che mal volentieri vegghia

Il ragazzo è qui il mozzo di stalla atteso dal suo padrone (segnorso), non un giovane adolescente come nel significato moderno del termine. Nel Trecento, ragazzo, parola di origine araba (da *raggāz, variante di rāqqaz “corriere, messaggero che porta le lettere o conduce i viaggiatori”), indicava il ‘servo’, il ‘garzone’. Poiché a svolgere il servizio erano per lo più giovani uomini di umili condizioni, la parola ha sviluppato nel tempo il secondo significato di «giovanetto sbarbato, fanciullo», attestato a partire dalla seconda metà del Cinquecento e presente nel Vocabolario della Crusca fin dalla prima edizione(1612).

Una simile evoluzione ha avuto la parola albergo. Un termine di origine germanica (da *haribairgo “alloggiamento militare”) che poteva indicare nell’italiano antico, diversamente da quello contemporaneo, sia la propria dimora stabile sia una dimora temporanea. Nella Commedia è usato una sola volta in senso figurato in riferimento al ventre della Vergine che accoglie Cristo (Par. XXIII, 103-105):

Io sono l’amore angelico, che giro

l’alta letizia che spira dal ventre

che fu albergo del nostro desiro

La parola figura anche nel Convivio e nel Fiore nel significato di ‘dimora stabile’ (Fiore 188, 2 «Se l’uon può tanto far ched ella vada / al su’albergo la notte a dormire…»). Un’accezione conservata ancora nell’Ottocento, come ci testimonia l’uso che ne fa Leopardi nella sua raccolta di Canti. Nella poesia Le ricordanze, il poeta recanatese rievoca la casa paterna con queste parole: «E ragionar con voi dalle finestre / di questo albergo ove abitai fanciullo». Oggi il termine albergo denota la struttura attrezzata che offre vitto e alloggio a pagamento; chi lo usasse con il significato dantesco di ‘dimora stabile’ compirebbe una scelta stilistica marcata: potrebbe servirsene con intenzione ironica oppure per dare al suo scritto una coloritura fortemente letteraria.

Infine, un neologismo semantico – cioè un’espressione preesistente a cui Dante conferì un nuovo significato – entrato nell’uso comune e rimastovi sino ad oggi, è bolgia. Le bolge dell’inferno dantesco sono le dieci fosse in cui è suddiviso l’ottavo cerchio, quello dei peccatori di frode. Così Dante descrive il luogo all’inizio del XVIII canto (Inf. XVIII, 1-3):

Luogo è in inferno detto Malebolge,

tutto di pietra di color ferrigno,

come la cerchia che dintorno il volge.

Poco più avanti, le bolge sono paragonate ai fossati che cingono i castelli. Si tratta, dunque, di cavità del terreno ciascuna contenente i dannati che hanno commesso una specifica tipologia di frode (ruffiani, seduttori, lusingatori ecc.). La parola bolgia, di origine gallica (bolge da *BULGIA (BULGA)), ricorre nei testi trecenteschi in volgare fiorentino con il significato di ‘sacca o borsa, generalmente in pelle, destinata a vari usi’. Il poeta, partendo da questa base, estende il suo significato a quello di fossa contenente i dannati. Ce lo confermano i commentatori dell’epoca: il Buti glossa «bolgia, cioè fossa, o vuogli ripostiglio». La fervida fantasia dantesca segna una svolta nella storia della parola, che dal toponimo infernale sviluppa presto il significato figurato di ‘luogo di peccato’, ‘luogo di sofferenza’ e in tempi recenti quello di ‘luogo pieno di gente, confusione’. Oggi l’espressione è comune e quasi gergale: è utilizzata soprattutto in ambito calcistico per indicare l’esultanza dei tifosi allo stadio, come in questo titolo di giornale «Il pre derby degli ultras dell’Inter tra cori, fumogeni e bandiere: che bolgia a San Siro» (Milano Today, 27/01/2021). In pochi, forse, la riconducono ancora all’immaginario dantesco.

La lingua italiana, a differenza di altre lingue, è nata come lingua letteraria. Nel Cinquecento i grammatici stabilirono il canone degli autori trecenteschi da prendere a modello per esprimersi correttamente. Ciò, tuttavia, non ha impedito che l’uso vivo dei parlanti apportasse trasformazioni lente e latenti, impercettibili in superficie, ma radicate in profondità, come il mondo infernale.

Articolo di Sara Ciprari

Immagine da Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Inferno_-_Canto_diciottesimo#/media/File:Inferno_Canto_18_verse_38.jpg

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