Il “bravo” cattivo e il bullo “buono”. Le origini del termine e l’evoluzione moderna di un fenomeno sociale endemico

Da dove deriva il termine “bullo”? Viaggio nelle parole a cavallo tra passato e presente

Articolo di Miriam Gualandi

Bullo. Sostantivo maschile che indica un giovane arrogante e violento. I suoi derivati sono bullismo, con cui si indica un atteggiamento di sopraffazione sui più deboli, con riferimento a violenze fisiche e psicologiche attuate specialmente in ambienti scolastici; più di recente si è aggiunto cyberbullismo, termine con cui si intende la violenza perpetrata con l’ausilio della rete. Sono parole che sentiamo ripetere ogni giorno, che leggiamo ovunque, soprattutto quando gli effetti sono talmente distruttivi da portare addirittura alla morte della vittima. Il rischio, come per il femminicidio, è tendere a non dare importanza a questi fenomeni, a ritenerli un’esagerazione mediatica e non un problema endemico delle società di tutti i tempi.

Il “bullo” è sempre esistito, ma quanti di voi sanno che in origine questo termine aveva un significato positivo? L’etimologia è incerta, potrebbe ricondursi all’olandese boel “fratello” o al tedesco bule, “amico intimo\amante”, attraverso la mediazione dell’inglese bully. Inizialmente anche in area anglofona il termine non indicava un atteggiamento violento, ma era utilizzato in due casi distinti: nel primo caso era un termine affettuoso indirizzato al sesso femminile, che potremmo tradurre con “tesoro”. La parola è attestata per la prima volta in una commedia scritta da John Bale (1495-1563), storico inglese nonché Vescovo della diocesi di Ossory (Irlanda). In un secondo momento bully iniziò a significare “buon amico, bravo ragazzo”, significato applicato esclusivamente agli uomini. È un termine che utilizzava molto, per esempio, William Shakespeare: ne Le allegre comari di Windsor il termine viene ripetuto più volte dal personaggio dell’Oste, che lo usa rivolgendosi amichevolmente a Falstaff («bully rook», «bully Hercules»), ma appare una volta anche in Enrico VI love the lovely bully. What is thy name?», dice l’alfiere Pistol in Atto IV, 1 parlando del Re) e nella Tempesta (Atto V, I), in bocca al dispensiere sempre ubriaco Stephano:

«Every man shift for all the rest, and
let no man take care for himself; for all is
but fortune. Coragio, bully-monster, coragio!».

L’uso di bully con il significato di “delinquente” o “furfante” è attestato per la prima volta in Bury-fair (1689), commedia del drammaturgo e poeta inglese Thomas Shadwell (1640-1692). Ma il termine poteva significare anche “protettore di prostitute”: in Jure divino: a satyr (1706), Daniel Defoe chiama Marte Celestial Bully, “pappone Celeste” diremmo in italiano moderno. «HBullyed Vulcan, and lay with his Wife», sembrerebbe anche essere la prima attestazione dell’uso del verbo to bully nell’accezione di “tiranneggiare”.Tra gli studiosi permane incertezza sull’esistenza o meno di una diversa etimologia…

Per continuare la lettura visita il sito del nostro mensile, troverai l’articolo completo a pagina 8:

https://online.pubhtml5.com/pbtl/lrsb/index.html

Miriam Gualandi

Foto di: Salvatore Mancuso

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