Anarchia oltre il “caos”: di che cosa si tratta veramente? Qual è la storia dell’anarchismo, e perché su di lui gravano così tanti pregiudizi?

“Io ho fondato la mia causa su nulla”

Articolo a cura di Esmeralda Moretti – Vignette a cura di Riccardo Muller

“Che cos’è l’anarchia?”

“È il caos, il disordine, l’assenza di leggi. È quando ognuno fa come gli pare”.

Probabilmente quasi tutti risponderemmo così, nell’immediato, alla domanda “che cos’è l’anarchismo”. E ci sta: nel senso, è vero che una certa tradizione, condita con una buona quantità di pregiudizi, ha fatto sì che sull’anarchismo, inteso come ideologia, gravino, ad oggi, non pochi luoghi comuni. A ciò, si uniscono alcuni eventi storici più e meno recenti, che tutto hanno fatto, a parte liberare l’anarchismo da tali pregiudizi che già lo rendevano malvisto. Basti pensare a tutta la violenza e gli atti terroristici che sono derivati dall’aver frainteso, o interpretato un po’ troppo liberamente, l’originale principio anarchico dell’azione diretta. Ora ne parleremo meglio, ma, prima, una precisazione. Il fatto che alcuni anarchici, o che un certo tipo di anarchismo abbia spinto l’acceleratore su tale concetto, compiendo un certo tipo di azioni, non significa che tutti gli anarchici o che l’anarchismo tout-court sia da inserire in questo tipo di prospettiva e da condannare perciò alla damnatio memoriae.

Presupposti teorici

L’anarchismo nasce, proprio come una fenice, dalle ceneri della Rivoluzione francese. In che senso, direte voi? Domanda lecita. Nel senso che ci si rende conto che la rivoluzione, messa in moto con l’intento di sovvertire l’ordine monarchico esistente, così da raggiungere nuovi e più giusti equilibri, aveva in realtà sortito l’effetto opposto: si era arrivati al terrore di Robespierre e, in modo assolutamente incoerente rispetto alle promesse rivoluzionarie, a Napoleone Imperatore. Che cosa, dunque, è andato storto? Perché volevamo liberarci dalla monarchia e ci ritroviamo di nuovo sotto un re? Ecco che allora si individua l’errore: la Rivoluzione ha sbagliato perché si era posta come obiettivo quello di riformare il potere politico centralizzato. L’anarchismo, invece, capisce che non si deve mirare a riformare tale potere: lo si deve abbattere. Si è creduto che lo Stato dovesse essere lo strumento del cambiamento, ma non è così. Lo Stato va distrutto, non riformato.

Ma quindi: che cos’è l’anarchismo?

Sono tante le definizioni possibili di “anarchismo”. Tra tutte, trovo appropriato segnalare questa: “negazione o assenza di ogni forma di dominio e di forma coercitiva a carattere istituzionale” (da Anarchismo di A. Salvatore), dove per “forma coercitiva a carattere istituzionale” s’intende ogni forma di costrizione che il singolo si vede “piovere addosso”, potremmo dire. Le uniche “regole” che l’anarchismo tollera, sono quelle costituitesi mediante la semplice aggregazione delle quote di potere individuali e, pertanto, equivalenti. L’idea alla base è esattamente questa: ciascuno, in quanto singolo (o, come direbbe Stirner, in quanto “Unico”), è (sempre parafrasando Stirner) proprietario, detentore, di una certa quota parte di potere individuale, ossia, del proprio potere coercitivo di singolo. È il singolo stesso a decidere come impiegare tale quota di potere (ad esempio votando un referendum), ma è anche sempre il singolo che in qualsiasi momento può revocare qualsiasi assenso dato in precedenza. È forse questo ciò che sconvolge, dell’anarchismo: l’anarchismo non tollera la stasi, non tollera i “per sempre”.

Non esiste la stasi, non esiste un “per sempre”

L’allergia dell’anarchismo nei confronti della stasi si evince benissimo dalla lettura di “L’Unico e la sua Proprietà” di Max Stirner. Io non sono lo stesso uomo di ieri, né lo stesso uomo di domani. Ogni giorno, vivendo, cambio, anzi, scrive Stirner: “mi consumo”. “Io mi creo per la prima volta di nuovo a ogni istante, sono al tempo stesso creatore e creatura”. Ed è per questo che sono sempre e solo io a scegliere come voglio essere. Non c’è nessun modo di essere uomo che sia già dato, nessuna missione da compiere, nessun finalismo da realizzare. Io sono già sempre uomo, e in quanto tale mi consumo. E so bene che a te, questo mio modo di essere uomo, potrà sembrare “nulla”. Ma è proprio per questo che, scrive Stirner: “Io ho fondato la mia causa su nulla”. Là dove, per spiegare la profondità filosofica di quel “nulla”, occorrono 381 pagine.

Anarchismo non è caos

Sono tante le declinazioni dell’anarchismo, e non è questo il luogo per approfondirle. L’intento era quello di non banalizzare l’anarchismo, e non confonderlo con il caos, perché non lo è. L’anarchismo si chiede se lo Stato così come siamo abituati a pensarlo sia l’unico, anzi, il miglior modo possibile di stare insieme. Si chiese se sia possibile trovare un modo di risolvere i conflitti senza coercizioni, e avanza ipotesi. L’anarchismo non è utopia, non è nichilismo e, soprattutto, non è terrorismo. Quando parliamo di azione diretta, ci riferiamo all’idea secondo cui l’oppressione possa essere superata solo per mezzo della libera e consapevole iniziativa degli oppressi. Questo punto di partenza ideale si svilupperà nel periodo della Prima Internazionale, e si sommerà all’esaltazione bakuniana della distruzione intesa come passione creatrice e spontanea. Esponenti di tale interpretazione saranno, tra i tanti, Carlo Cafiero ed Errico Malatesta, a cui si uniscono alcune considerazioni di Kropotkin, che condurranno alla realizzazione di azioni dimostrative rivoluzionarie. Il ricorso alla violenza e al terrorismo avvenne però ad opera di una minoritaria avanguardia rivoluzionaria anarchica, la quale vedeva nella violenza della Rivoluzione francese l’unico punto di forza. Tali violenze finirono però per coinvolgere civili ed innocenti (come avvenne per la strage di Wall Street del 1920), e furono la causa degli attentati ai sovrani del Novecento (Alessandro II Romanov, Carnot, l’imperatrice d’Austria Sissi, Umberto I di Savoia…). Anche questa minoranza di anarchici, infine, capì che contrastare la violenza con la violenza è inefficace e controproducente. È di qui che iniziò la trasformazione nonviolenta, la preferenza per la disobbedienza civile e la consapevolezza della necessità di un gradualismo. Non banalizziamo l’anarchismo, non etichettiamolo come caos o terrore. Non lo è affatto. È la proposta di un nuovo modo di stare insieme.

Scorri la gallery qui sotto per vedere le vignette di Riccardo!

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