Il Crivello – Intertestualità: modi di interpretare il mondo

Articolo di redazione: a cura di Matteo Saracini

Questa rubrica esiste con lo scopo di passare al setaccio tematiche che riguardano tutti, con la convinzione che solo la cultura può orientare il mondo verso scelte libere ma sempre tese al miglioramento, come la farina per essere raffinata deve passare nel crivello.

La corretta interpretazione delle informazioni che ci arrivano ogni giorno da giornali, telegiornali e social-media è fondamentale per non essere soltanto abitanti passivi del mondo, ma in primis suoi artefici. Sapere che i messaggi, di qualsiasi forma essi siano, veicolano sempre un secondo livello di lettura ci consente di essere consapevoli, e quindi liberi nelle nostre scelte.

A tal proposito, l’intertestualità illustra proprio le relazioni dialogiche che legano un’opera ad altre opere appartenenti alla letteratura preesistente o contemporanea, anche di diversa estrazione culturale. Dunque, il testo, in prosa o poetico che sia, è il luogo fisico (e metafisico) dove questo avviene perlomeno in due fasi: la prima è quella della creazione del testo stesso e la seconda è quella della sua interpretazione.

Julia Kristeva deve essere ritenuta la madre del termine intertestualità, parola che nel 1967 era inserita all’interno di un suo saggio di semiologia della letteratura pubblicato sulla rivista Critique (1967). Il saggio, tradotto successivamente in italiano nel 1978 con il titolo La parola, il dialogo e il romanzo, definiva per la prima volta il concetto, affermando che «…al posto della nozione di intersoggettività si pone quella di intertestualità, e il linguaggio poetico si legge per lo meno come “doppio” …». Il doppio, o probabilmente meglio il plurimo, livello interpretativo che ogni testo possiede sulla base dei rapporti con altri testi è il campo di indagine su cui si fondano le teorie della studiosa di origine bulgara; secondo la Kristeva, difatti, il testo parla al lettore (o all’ascoltatore) non solo attraverso il primo significato evidente delle parole ma soprattutto con la capacità di inserirsi nella storia grazie al dialogo con altre opere, riproponendo in definitiva medesimi spunti di pensiero ricontestualizzati. Dunque, l’intertestualità rappresenta un dialogo sincronico anche quando quest’ultimo avviene con testi che provengono dal passato, perché nell’essere riutilizzati sublimano in un nuovo presente.

Va da sé che, oltre all’erudizione dell’autore, l’intertestualità presuppone un pubblico di “sapienti” in grado di cogliere i riferimenti, perché poco o niente è lasciato al caso. Quando qualcuno ci racconta una storia o ci descrive un fatto, ci mette inevitabilmente in relazione con quelli che sono i suoi studi: selezionati per far trasparire determinate idee e non altre, per trasmettere un determinato pensiero e non uno qualsiasi.

A cura di Matteo Saracini

Foto di Pexels da Pixabay

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