Sul ciglio di una parola

Articolo di Redazione: a cura di Dafne Fossa

Camminando a piedi scalzi lungo il bordo delle proprie vite capita spesso di sporgersi oltre il proprio Io e affacciarsi sulle esistenze altrui. Nella maggior parte dei casi si tratta di scambi convenzionali, mossi da esigenze pratiche di comunicazione che hanno come fine il portare a termine compiti o il sentirsi parte di una comunità al cui interno è imprescindibile avere scambi sociali. In altre circostanze si perde l’equilibrio dato dal proprio baricentro per fare capriole nell’universo di persone a cui si vuol bene, gattonando in alcuni casi o incespicando per raggiungere e percorrere un ponte immaginario che unisce gli individui tra loro. È nell’incontro con l’altro che si cela la bellezza della propria unicità e se si pensa scioccamente che basti un bar scampato alle restrizioni anti Covid a rendere possibile l’avvicinamento si sbaglia, consci del fatto che non è la prossimità fisica a legarci agli individui, bensì la parola, singolo anello di una catena che a lungo andare può stringere vincoli o spezzare legami. Lungi dall’essere uno strumento facile da operare, con un foglietto illustrativo a portata di mano da poter utilizzare in caso di silenzi improvvisi, alla conta dei fatti, in un mondo sempre più pragmatico e meno introspettivo, risulta molto più simile a un oggetto contundente a tratti innocuo ma troppo spesso pericoloso, se adoperato in maniera inconsapevole. È nella forbice che si crea tra significante e significato che si innesta il rischio dell’equivoco perché, se sulla carta il segno linguistico consta di una parte fisicamente percepibile e inequivocabile, l’insieme di tali elementi fonetici e grafici viaggia lungo un percorso che lo conduce ad acquisire un significato su un terreno dissestato e personale, quello che rimanda al concetto mentale che ogni parlante consegna ai singoli elementi della comunicazione. È il caso della parola fesso, che può indicare un oggetto crepato, rotto, ma che individua anche una persona oltremodo stupida e facilmente aggirabile. Chi non conosce il significato del participio passato sarà portato a consegnare a tale aggettivo una valenza diversa, frutto dell’esperienza linguistica e personale, in virtù della quale si è incontrato più spesso persone sciocche che vasi crepati.

La questione inerente alla lingua e la comunicazione ha subito nel corso degli ultimi anni una decisiva complicazione, dovuta al fatto che molto più frequentemente si fa fatica a esprimersi, a non saper cosa dire riguardo se stessi e a non trovar le parole giuste per essere in grado di farlo. Questo in parte ha a che fare con l’aver trascurato la lettura, esercizio di piacere nella vita e di dovere nei riguardi di quella parte di noi stessi che ancora necessita di restare in ascolto dell’alterità. Giocando con le etimologie, il verbo greco λέγω (lego) che rimanda al latino legere, significa sia raccogliere che scegliere, ma anche raccontare, ed è forse per questo che leggere in italiano presuppone dapprima una raccolta e successivamente una scelta. E se, citando la poetessa Alda Merini, occorre poter scegliere con cura le parole da non dire l’atto contrario, ovvero la capacità di raccogliere i lemmi migliori, come se fossero piccole margherite in un prato, diventa ogni giorno un’impresa sempre più complicata, poveri noi dei giusti strumenti con i quali toccare la realtà e farla nostra. Se dunque qualsiasi pensiero o emozione acquisisce legittimità nel momento stesso in cui viene nominato è giusto potersi sforzare per calpestare a piedi nudi il prato del nostro vocabolario e poter così raccogliere non solo margherite bianche e rose rosse ma assieme a queste anche parole diverse dal consueto. È nella sfumatura dei diversi significati di sinonimi e dei contrari che è possibile rintracciare luci e ombre del faro puntato sulle nostre vite, non semplicemente felici o tristi ma grati, ottimisti, entusiasti, o al contrario umiliati, traditi, frustati a seconda di come il sole batte sulle nostre esistenze, in un prato ricco di lemmi, tutti diversi ma ognuno necessario a restituirci il diritto di poter dare un nome a ciò che proviamo.

Degna di nota a questo proposito è l’esplicazione che il linguista Tullio De Mauro ci consegna della parola che definisce la porta girevole del pensiero, senza la quale diventa complicato non solo tradurre i concetti della nostra mente e calarli nella realtà ma declinare il mio in un nostro che parli al plurale. È infatti solo la comunicazione efficace a costruire ponti e a evitare voragini, in cui spesso si cade per mancanza di comprensione. Strozzati come siamo dagli innumerevoli “non comprendi” e “parliamo due lingue diverse”, forse dovremmo provare a pensare di non abitare pianeti distanti ma una terra comune su cui troppo spesso si procede con l’andatura claudicante di chi un tempo ha imparato a parlare ma ora non sa più a quale significato aggrapparsi. Si pensa sia l’altro a non giungere alla piena percezione del nostro sentire quando siamo noi, ciascuno in modo peculiare, a frapporre ostacoli tra il pensiero e la comprensione dello stesso, ogniqualvolta veniamo meno al personale dovere di andare alla ricerca delle parole più oneste a restituirci la reale visione di noi stessi, non quella opaca che si perde nelle espressioni di ogni giorno, ma quella lucida che esige un predicare attento e puntuale del nostro stare al mondo.

Articolo di Dafne Fossa

Foto di S. Hermann & F. Richter da Pixabay

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...