Il manifesto dello stereotipo dell’italiano

Articolo di Marco Saracini

“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”

Massimo D’Azeglio pronunciò questa celeberrima frase dopo l’unità d’Italia nel 1861, oggi 17 marzo ricorre il 160° anno da quell’evento, inoltre, quest’anno si festeggiano anche i 150 anni dall’istituzione di Roma come Capitale d’Italia. D’Azeglio non era uno sprovveduto e con parole quasi profetiche preannunciava il duro lavoro per creare un’identità nazionale che mancava; l’unità d’Italia, infatti, non è stata fatta dal popolo che insorse per le strade alla chiamata della Patria. L’Italia è l’artificio di nobili, teorici, politici e borghesi, i quali decisero che bisognava riunire ciò che geograficamente lo era già. Ma queste parole ebbero mai un seguito? C’è chi dice che la vera unità d’Italia si fece nelle trincee, chi dice che l’unità si raggiunse con la televisione che portò la lingua alle masse. Forse a ben vedere ancora oggi non è che esistano proprio gli “italiani”, l’unità vera e propria non si raggiunse mai e non si ha nemmeno più la volontà di raggiungerla.

Da Nord a Sud le persone parlano lingue diverse, si odiano per stereotipi e vengono rivendicate paternità stupide. Siamo sempre pronti a osteggiare la nostra appartenenza a qualcosa, ma qualcosa di piccolo, c’è chi si vanta di essere di una determinata contrada o quartiere, chi di una città, altri di una zona geografica, poi quelli che rivendicano l’appartenenza alla regione e solo all’ultimo si arriva alla Patria. Quando parliamo con persone straniere però ci vantiamo di essere italiani, anche perché almeno che non ci si trovi al cospetto di un conoscitore del nostro Paese le sopracitate sono appartenenze davvero poco distinguibili. Insomma, siamo italiani solo quando bisogna vantarsi.

Ma che significa essere italiani allora? La nazionalità è un puro sentimento di appartenenza etnico e politico, ma vogliamo proprio parlare di etnie? Nel 2021 definire la nazionalità a sola etnicità è un po’ anacronistico. Nel senso politico invece? Negli ultimi anni sempre meno si riconoscono nella politica. Forse abbiamo veramente imboccato la strada sbagliata molti anni fa, non sono mai state prese le decisioni giuste in materia d’unificazione.

Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli già 70 anni fa si erano accorti che l’italiano aveva bisogno di qualcosa in più, la loro era un’idea visionaria, creare l’ideale di Europa unità. Questo era un obiettivo ambizioso ma bisognava dare qualcosa in cui credere alle persone. Alla fine degli anni Novanta arriva l’unione economica e monetaria, si può dire che il sogno dei padri fondatori dell’Europa si stava veramente avverando, ma dopo 22 anni in quanti si sentono Europei? Però quando si parla di Europa allora ci sentiamo magicamente tutti nazionalisti, pronti a criticare qualcosa che ci mantiene a galla soprattutto a noi “italiani”, anche se molti non vogliono ammetterlo e non lo ammetteranno mai.

Nel resto del mondo ci vedono come il popolo dei furbi, quelli che vendono truffe e fumo; perché anche se amano la nostra cultura e provano un’immensa passione per il nostro “essere” alla fine lo sanno che siamo sempre pronti a truffarli.

La domanda che bisogna veramente porsi è: D’Azeglio, Mazzini, Garibaldi, Cavour, Carlo Alberto, Vittorio Emanuele II, De Gasperi e Spinelli volevano questo che abbiamo ora oppure avevano ambizioni più alte?

Credo che avessero ambizioni più alte e sono contento che non siano qui per vedere cosa sia in verità avvenuto, siamo riusciti al 50% nell’unificazione nazionale e al 5% in quella Europea.

La cosa che sappiamo fare meglio è criticare, trovare sempre difetti e delegare sempre qualcun altro per ciò che potremmo fare noi.

Marco Saracini

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