IL COR-AGGIO DEI DOPPI NODI

Articolo di redazione: a cura di Dafne Fossa

All’epoca dello smart working in casa e dell’all inclusive al mare, se ci si sente più al passo con i tempi quando si partecipa a una call di lavoro, piuttosto che a una riunione, cresce urgente il bisogno di restituire alla nostra lingua il reale valore, laddove sono tante le parole che riescono, molto più di quanto accada con l’inglese, a stringere nodi con un passato in grado di restituirci la nostra identità. È il caso del vocabolo latino cor, da cui la voce italiana cuore, che è riuscita a tessere una tela in grado di legare significati tra sé talvolta lontani. C’è traccia di cuore quando si parla di cor-aggio, letteralmente avere cuore, perché in fondo l’essere impavidi vuol dire spogliarsi di una zavorra fatta di finte certezze, gettare il cuore oltre l’ostacolo e aver l’ardire di partire alla sua ricerca, fissando appuntamenti con le variabili della vita. Un po’ come gli eroi greci di cui parla Omero, gli unici ad avere in sé la forza di guardare in faccia un destino per molti di loro già scritto, il coraggio di veder realizzarsi un’esistenza dalla declinazione controversa, ma anche un cuore a misura di eroe che non rifiuta le lacrime, laddove piangere è un atto dovuto nei confronti di un’umanità di cui sono portatori e garanti.

La parola cuore si insinua nelle crepe di un ri-cordo che, diversamente dalla parola memoria, attinge forza da un’emotività preclusa a chi dimentica. Perché la maggior parte delle volte il discrimine lo segna il parlante che di-mentica un appuntamento ma non può scordare il primo amore, a dimostrazione del fatto che uscire dalla mente, nell’epoca delle agende piene, costituisce una prassi a fronte di un atto, qual è lo scordare, che esige un cuore in allenamento e una presa di posizione di fronte un passato a cui è precluso il silenzio. Anche chi si è provato a scordare infatti rimane al capo di un filo che nel tempo ha stretto un nodo e creato un vincolo con una parte di noi, pur sempre figlia del non più. Per capire l’importanza di certi lacci, di cui ci si scorda a fatica, ci viene in soccorso il greco, la lingua delle seconde opportunità. Il verbo δέω (deo), il cui primo significato è legare, assume come accezione alternativa anche il valore di aver bisogno e in questa prospettiva i legami diventano vincoli di cui si necessita per dare senso alla nostra esistenza. È nel momento in cui ci si sente impigliati nel rapporto con l’altro che in realtà si scopre quanto si possa essere liberi. Liberi da o liberi di; l’italiano ci consegna la scelta delle reggenze e ci consente di capire se vogliamo essere liberi da qualsiasi vincolo, laddove percepiamo l’incontro con l’altro come un laccio che stringe e soffoca, o liberi di donarci a chi tiene l’altro capo del filo teso, a disposizione di un rapporto che è al contempo legame e bisogno.

A fronte delle parole prese in analisi c’è un altro termine che gli antichi riconducevano al cuore; si tratta del vocabolo cura che d’altra parte si ricollega alla radice kau– con il significato di osservare e al termine sanscrito kavi nella valenza di saggio. A ben pensare il prendersi cura non è altro se non il saggio atto di osservare chi a nostro modo amiamo, ob-servare, ovvero servare, nella valenza di custodire, ob, verso o in relazione a qualcuno. La cura, dunque, non può prescindere dall’osservazione che, lungi dal guardare semplicemente con gli occhi, esige una scelta consapevole di chi si assume il coraggio di scrutare l’altro per proteggerlo. Parole, tante e diverse, che hanno percorso secoli e luoghi per poterci restituire il reale valore di cui sono portatrici, fanno a gara con fast e smart, un atteggiamento nei confronti della vita che è al contempo veloce e funzionale, intelligente senza dubbio ma privo di quella profondità d’animo e di senso che non è possibile trovare altrove se non nel nostro passato, a cui siamo legati da doppi nodi che vale la pena non rescindere.

Dafne Fossa

Foto di congerdesign da Pixabay

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