Il Lanternino – Didone: ponte tra buio della convenzione e luce della libertà

Articolo di redazione: a cura di Tatiana Mercuri

Cartagine: tempi remoti, tempi mitici e leggendari che, a distanza di secoli e secoli, sanno di verità, di attualità. Si chiudano gli occhi, si provi a stare lì in quella terra, a indossare i suoi abiti, ad avere i suoi pensieri, a condividere il suo dolore. Si provi per un momento ad essere lei, Didone eroina tragica del IV libro dell’Eneide di Virgilio. La si conosce così, come l’unico squarcio di istinto nel poema dell’equilibrio, della ragione e della responsabilità di un protagonista, per altro pius, scelto ed eletto dagli dèi come fondatore di un popolo e di una stirpe.

Tuttavia, questa donna non rappresenta una deviazione alla retta via da seguire al contrario è simbolo di una realtà, di un dolore figlio di un’altra piaga sociale ancora ben presente negli anni che corrono: quella della convenzione. Non era convenzionale, infatti, che una donna rimasta vedova si potesse innamorare ancora una volta nella vita, men che mai se la donna in questione rappresentava un simbolo, una fortezza, una guida e un esempio per il popolo. Ed ecco che gli stereotipi si avventano su questa figura nei secoli a venire: emblema della follia, del pàthos, dell’irrazionalità; eroina sì, ma se si chiede a uno studente qualsiasi il motivo per cui la si ritiene “eroe” la sua risposta sarà: <<Perché si suicida per amore>>. Quasi come se la parte straordinaria di questo personaggio sia comunque relegata e subordinata a un gesto compiuto per un uomo, troppo ligio al dovere per seguire i suoi sentimenti. Ed ecco che la grandezza di Didone è tale solo in relazione al suo gesto disperato nei confronti di lui, Enea, il prescelto. Ed è proprio questo che deve essere valutato criticamente: si è davvero sicuri che la sua vita sia stata messa in discussione dall’abbandono? Ci si concentra sempre su questo, ma il dramma interiore di Didone ha a che fare solo per una bassissima percentuale con la dipartita del suo amato.

Esiste un altro fattore malato, un batterio che si annida nell’animo di chi lo vive e che lentamente lo divora: il senso di colpa e quest’ultimo non si genera mai da solo. Ci si è mai chiesti come questa donna avrebbe potuto elaborare l’abbandono di Enea se non avesse dovuto confrontarsi anche con le voci del popolo? Lei, la regina di Cartagine, venuta meno alla fedeltà del defunto Sicheo, coinvolta in una relazione passionale con un altro uomo, per lo più Troiano, uno straniero. Lei, poi illusa e lasciata come a confermare che tutte le male voci fossero giuste, come un coro di moderni << Te l’avevo detto>> che si avventano come una grandinata, fredda appuntita e improvvisa, sulle spalle di una sola persona. Sola perché una e sola perché senza colui per cui ha avuto il coraggio di mettere in discussione se stessa e il simbolo da lei rappresentato. Ed ecco che, anche su questa vicenda, la luce si accende: Didone ha scelto per se stessa, non per Enea tanto che è con la sua spada e nel loro letto testimone d’amore che decide di morire. Didone ha scelto per se stessa e non per il suo popolo. Didone è “eroe” perché con quella spada ha ucciso non lei stessa, destinata alla memoria e alla gloria eterna, ma quel male chiamato convenzione ed è divenuta un simbolo a cui oggi noi tutti dovremmo guardare con ammirazione e ispirazione.

Perché alla fine, quello stesso popolo che l’ha giudicata, si è sciolto in lacrime e urla per la perdita di una donna forte e coraggiosa, colpevole di nulla e anzi meritevole di aver aperto un varco durato sino ad oggi nel buio tunnel della regola. Ma si sa, quest’ultima non avrebbe ragion d’essere senza la bellezza dell’eccezione.

Tatiana Mercuri

Foto di S. Hermann & F. Richter da Pixabay

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