Il Guardiano Di Dvyindoedd – parte V

Di: Andrea Saracini

Dopo averla fissata ancora un po’, perso nei pensieri, infilai la piastrina in una tasca.

Ora, avrei potuto risolvere il mistero in due modi: indagare per conto mio o chiedere direttamente a mio padre o Yion. E tuttavia sentivo l’ormai crescente e sgradevole sensazione spingermi a non fidarmi troppo facilmente di loro: chissà quali storie avrebbero potuto inventarsi, giocando con la mia perdita di memoria! Ed io volevo conoscere la verità, per quanto dolorosa fosse.

Mi spolverai alla meglio i vestiti con delle buone manate e, tornando in paese, mi fermai presso un pozzo a sciacquarmi il viso: avevo intenzione di recarmi alla Casa della Repubblica per svolgere alcune ricerche e non volevo dare nell’occhio, impolverato com’ero.

Passai davanti alla bottega di Traodd, stranamente silenziosa senza il consueto martellare. Sbirciai casualmente attraverso le finestre: il suo laboratorio era deserto. Su di un tavolo, tra utensili ed alcuni coltelli, scorsi l’asciamartello ben ripulita.

La porta non era chiusa (sembrava consuetudine, a Dvyindoedd), così decisi di dare un’occhiata; non fui sorpreso di constatare che si trattasse proprio dell’arma che avevo trovato addosso al wyinddorm: le tacche sul manico mi erano familiari.

Dopo tutto, lo zio aveva ben detto che l’avrebbe riportata a Traodd.

Udii una chiave girare.

Mi tuffai dietro ad un ammasso di ferraglia, sperando di passare inosservato nascosto nell’ombra. Qualcuno venne verso il tavolo. Qualcosa venne afferrato. I passi si allontanarono, la porta cigolò ma non sbatté.

Ne approfittai per sgattaiolare via, temendo la reazione dall’irascibile Traodd in caso mi avesse scoperto; prima di aver fatto due cauti passi, udii parlottare dietro la porta.

Vinto dalla curiosità, mi avvicinai e colsi le voci di due persone.

Traodd e Yion!

«Quindi, sei veramente sicuro fosse la sua?»

«’ndom, t’ho detto di sì! Odio ripetermi!»

«Dannazione! Abbiamo fatto bene, allora, a spostare il…»

Udii un lieve sospiro, nel quale percepii stanchezza e sollievo.

«Lui non deve scoprire in alcun modo cosa è successo. Mi raccomando, Traodd…»

«Fate come volete, io non mi metto certo a perdere tempo con le chiacchiere! Figurati! Ora va’, che devo tornare a lavorare. E riprenditi ‘st’affare! L’ho ripulito, ma io non ci faccio un bel niente.»

Raggiunsi la strada prima che Traodd tornasse in bottega; nascosto in un vicoletto ombroso, vidi Yion uscire della casa del fabbro con una sacca pesante tra le mani e l’espressione depressa, quasi sfinita.

Turbato per ciò che avevo ascoltato, decisi però di non fermarmi a rimuginare troppo e di proseguire con il mio piano: in pochi passi, raggiunsi la Casa della Repubblica.

Non era ancora ora di pranzo, quindi sia il cyiberno che la signorina Madyirin, la tuttofare, erano presenti. Entrai, sperando che Neonn stesse lavorando nel suo ufficio, così da non doverlo incontrare.

«Sì?»

La segaligna zitella non alzò gli occhi da alcuni documenti che stava leggendo, ma riconobbe certo la mia voce, poiché, appena la salutai, sulle sue labbra si increspò un sorriso.

Non potevo sapere quante persone facessero parte dello strano inganno del quale ero vittima: per la prima volta in quattro mesi non potei fare a meno di percepire quel sorriso come falso.

Una semplice impressione, pensai: comprensibile, dopo tutto.

«Buongiorno, Madyirin. È possibile fare un po’ di ricerca negli archivi?»

«Ah, vuoi sapere qualcosa del passato che hai dimenticato, caro? Chiedimi pure, vedrò come posso aiutarti.»

«No, preferirei far da me: si tratta di cose personali, diciamo…»

Il suo volto si rattristò un poco.

«Mi spiace, caro, non si può: gli archivi sono il cuore di questa comunità e solo pochissime persone hanno diritto di accesso. Nella pratica, io e Neonn, al momento. Non vorremmo correre rischi: se accadesse qualche…incidente, la memoria storica di tutto il paese finirebbe nell’oblio!»

«Comprendo. Figuriamoci se io non abbia a cuore questo tema, viste le mie condizioni!»

Mi sforzai di ridere e Madyirin rise con me.

Ritornò seria in uno spiazzante baleno e mi ripeté che, se avessi voluto sapere qualcosa di preciso, sarebbe stata a mia disposizione.

Dovevo inventarmi qualcosa, per non sembrare troppo sospetto: mi limitai a chiedere se esistesse una genealogia completa della famiglia Strivyidd. Una scusa comunque utile, o almeno lo sperai.

Madyirin scosse la testa.

«Più che delle genealogie, abbiamo centinaia di documenti, atti di nascita, di matrimonio, di morte, cose del genere.»

Strada senza uscita: stavo procedendo a tentoni, purtroppo.

La donna mi squadrò.

«Aryinn, caro…sembra che tu abbia le idee un po’ confuse: forse ti conviene tornare quando avrai qualche elemento più preciso per le tue ricerche.»

Di getto, sovrappensiero, chiesi se ci fosse mai stato qualcuno della mia famiglia il cui nome iniziasse per M.

Madyirin inarcò un sopracciglio e notai un improvviso irrigidimento. Poi, l’espressione si distese, come se la donna stesse ricordando qualcosa di piacevole.

«Negli Strivyidd, l’ultimo fu il tuo bisnonno, Miliydd: me lo ricordo bene, anche perché morì solo diciassette anni fa, quando tu eri ancora un ragazzino. Era sempre stato un uomo affascinante: hai i suoi stessi begli occhi color cielo.»

«Papà non mi ha mai parlato del bisnonno, da quando ho ripreso conoscenza.»

«Probabilmente perché ha cercato, come tutti, di darti più informazioni possibili su di te, sul tuo tempo: non avrà visto un’urgenza nel parlarti di un parente così…remoto!»

In effetti, era plausibile.

«Fu anche lui un ghyiardd

«No, lui commerciava con i villaggi vicini: spesso rimaneva via per parecchi giorni, ma, per gli Dèi, tornava sempre.»

Cominciai a sentirmi nervoso, non sapevo più cos’altro fare.

«Seguirò il tuo consiglio, tornerò quando avrò qualcosa di più concreto!»

Le sorrisi e mi incamminai verso l’uscita, perché non vedesse quel sorriso spegnersi quasi all’istante.

Mi sedetti su una panchina nella piazza, deluso, confuso, stanco e confuso.

M.

La sepoltura non poteva essere quella del mio bisnonno: di certo, non risaliva a quasi vent’anni prima!

Dovevo condividere con M. un intenso legame: altrimenti, perché tacermi della sua morte? Per risparmiarmi un ulteriore trauma? Nelle mie condizioni, non avrei neppure ricordato chi fosse!

Mi sentii a disagio. Qualcosa sembrava tentasse disperatamente di tornare a galla dalla mia perduta memoria.

M. doveva essere morto nello stesso scontro che aveva lasciato me in fin di vita.

Un compagno così importante da convincere i miei compaesani a nascondermi la sua scomparsa.

Ed essendo uno Strivyidd par mio, un parente.

E non uno dei tanti zii o cugini, bensì qualcuno con il quale condividessi un legame di sangue più intimo.

Una sorella? Un ghyiardd donna, qui a Dvyindoedd? Impossibile. Il termine non era neppure declinabile, al femminile! Un fratello, allora!

Il mio cuore mancò un battito.

Dèi, possibile che avessi dimenticato perfino l’esistenza di un fratello? E che questa mi fosse stata nascosta, qualunque fosse il motivo?

Nella mia testa c’era il buio completo. A qualunque costo vi avrei portato la luce.

Immagini di Andrea Saracini

Racconto di Andrea Saracini

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