#asianlivesmatters. L’hashtag che in Italia non fa tendenza

Non ci sono stati pugni alzati e genuflessioni per le otto donne asiatiche uccisi a sangue freddo ad Atlanta lo scorso marzo. In Italia l’eco dell’#asianlivesmatters è arrivata sommessamente, con qualche articolo di giornale e troppa poca indignazione per un fenomeno di odio razziale non meno inquietante e violento dell’odio contro gli afroamericani. Eppure basta cercare in rete #blacklivesmatter contro #stopasianhate o #asianlivesmatter per accorgersi di quanta poca attenzione i nostri media abbiano dato al fenomeno che sta mietendo decine di vittime nell’America di Biden. Non ci sono stati personaggi influenti a veicolare gli hashtag giusti per smuovere le coscienze di tutto il mondo, né quadrati colorati a riempire i feed di Instagram. É qualcosa cui siamo abituati, no?, che ci sia una grande ipocrisia di fondo nella lotta al razzismo.

Ma veniamo ai fatti.

Il 17 marzo scorso ad Atlanta, Georgia, in tre diversi centri benessere un 21enne ha esploso diversi colpi di arma da fuoco, uccidendo otto donne e ferendone gravemente un’altra. Le indagini sono ancora in corso, ma la pista razziale non è esclusa. Non siamo nuovi a questi episodi di furia omicida, in generale. Quello delle armi da fuoco è una pagina scomoda per gli USA, a cui neanche l’amato Presidente Barak Obama è riuscito a mettere la parola fine. Solo pochi giorni fa un 19enne è entrato in uno stabilimento FedEx in cui lavorava, a Indianapolis, e ha ucciso a colpi di arma da fuoco otto dipendenti. Si tratta di una vera e propria “epidemia”, come l’ha definita in queste ore il Presidente Joe Biden.

La violenza dilaga e se un recente studio pubblicato dalla California State University evidenzia come i crimini d’odio siano complessivamente diminuiti, al contrario sottolinea come siano aumentati esponenzialmente quelli contro gli asiatici: nell’ultimo anno, con l’epidemia di Coronavirus, si è registrato un vero e proprio raddoppio. La popolazione asiatica compone una fetta importante dell’ecosistema statunitense, e in 15 anni (dal 2000 al 2015) è cresciuta del 72%, passando dai 11.9 milioni del 2000 ai 20.4 milioni del 2015. La maggior parte di loro hanno origini cinesi, indiane e filippine. Come per gli afroamericani e gli ispanici, si tratta in molti casi di asiatici-americani di seconda o terza generazione, nati e cresciuti negli USA, dunque.

Un report pubblicato dall’associazione Stop AAPI Hate (Asian American Pacific Islander) denuncia come solo nell’ultimo anno si siano verificati circa 3,800 casi di discriminazione nei confronti della popolazione asiatica: si parla di varie forme di violenze, dagli attacchi verbali a quelli fisici fino alla discriminazione sul lavoro. Ad essere più colpite sembrerebbero essere le donne: queste ultime, infatti, vengono considerate spesso sessualmente disponibili e servizievoli. Nella strage di Atlanta questo potrebbe essere un fattore decisivo per etichettare l’omicidio come “odio razziale”: il presunto omicida, infatti, ha dichiarato di avere un “problema sessuale” e i centri massaggi orientali sono nell’immaginario collettivo considerati luoghi di perdizione.

Lo scorso 4 aprile i newyorkesi sono scesi in piazza per protestare contro l’escalation di violenza. Alla manifestazione c’era anche Rihanna, nota cantante originaria delle Barbados, che ha scelto di protestare in incognito. Ha perso l’occasione di utilizzare la propria notorietà per far passare un messaggio di amore e antirazzismo. Come è stato fatto, giustamente, dopo l’omicidio di George Floyd. Qui c’è anche un nome per cui battersi, e uno slogan, “I can’t breath“. Nulla o quasi, invece, per i 3795 asiatici americani vittima di soprusi, omicidi e violenze. Se è vero che l’indignazione della folla cambia le cose, la popolazione asiatica dovrà aspettare ancora un bel po’ prima che il loro grido disperato venga preso in considerazione.

Articolo di MIRIAM GUALANDI

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