Scuola e coronavirus: dove sta il problema? | Il Crivello

Articolo di redazione: a cura di Matteo Saracini

Qual è il significato della parola informazione? Potremmo rispondere facilmente affermando che l’informazione racconta la realtà, fornisce dati e narra storie. In verità, se ci soffermiamo sul significato etimologico del termine, scopriamo che in latino informo ha a che fare con il concetto di plasmare, di dare forma ma anche di educare: d’altronde non c’è educazione senza cambiamento della sostanza.

Se è vero che l’informazione ha la tendenza naturale a orientare le decisioni di chi la subisce, allora è altrettanto vero affermare quanto segue: l’uomo critico e consapevole può filtrare le modificazioni indotte dal processo trasformativo legato all’informazione.

D’altronde, non può essere un caso che qualunque regime totalitario nascente ha fretta di mettere mano sul controllo della stampa, della TV, dei social network e in generale di tutti i canali di comunicazione vecchi o di recente istituzione. Di nuovo l’educazione al pensiero libero e critico è l’unico antidoto ancora efficace per impedire che qualcun altro, per gli scopi più disparati, ci dica al posto nostro cosa fare: la libertà che siamo convinti di avere, spesso è solo un’illusione che si risolve nella possibilità di amministrare poche cose e di poco conto ma che sembrano riempirci la vita.

L’imminente rientro a scuola e la polemica infinita sul trasporto pubblico, soprattutto quello riguardante le fasce orarie scolastiche, può costituire un esempio di una informazione deviata: qualcuno ha avuto il potere di convincere i più che il problema principale del pacchetto scuola/coronavirus fosse il tragitto da percorrere da casa fino a scuola. Incontrando tanti genitori, giustamente impensieriti, è chiaro come si sia insinuata la certezza granitica che il 99% del pericolo si celi all’interno di un bus pubblico. Eppure il sospetto è che si sia spostata l’attenzione da un bel altro tipo di problema, non legato specificatamente all’emergenza sanitaria in corso. Infatti, basterebbe pensare che negli ultimi trent’anni, le classi delle scuole italiane raramente hanno contato meno di 25 alunni, toccando nella maggior parte dei casi assembramenti di 30 individui nella stessa aula: i banchi singoli (con o senza rotelle) non hanno garantito quasi mai il famoso distanziamento di un metro utile (ma non sicuro) a evitare il contagio. Insomma, 20/30 minuti passati su un autobus più o meno affollato mettono paura ai genitori italiani, i quali però vanno dimenticandosi che quel bus serve per trasportare i loro figli in classi strette, spesso vecchie e disfunzionali in cui i loro stessi figli rimangono ammassati per 6 ore di seguito (fino anche a 10 ore nelle scuole secondarie di primo grado e nelle primarie).

L’informazione li ha plasmati, ha messo nella loro testa una sola priorità: aumentare a dismisura il trasporto pubblico per risolvere con interventi strutturali quello che in molte città è un problema emergenziale e circoscritto a questo pur lungo periodo. Pochi hanno riflettuto su altre tematiche, i cui lati peggiori si sono acuiti in questo momento storico. In realtà, una classe affollata è poco vivibile sempre: quale progetto didattico può essere davvero efficace se un docente deve tenere conto di 28 profili caratteriali, esperienziali, di competenze e di approcci completamente diversi? Ma a noi piace pensare che non tutto è perduto se Mario Rusconi, presidente dell’Associazione Nazionale Presidi Lazio, afferma proprio in questi giorni che il pericolo dei contagi a scuola non può ridursi alla sola considerazione sul disagio dei mezzi pubblici, che pur esiste, ma deve essere implicata soprattutto al sovraffollamento delle classi:  “Da mesi – denuncia – chiediamo che vengano rivisti i criteri delle formazioni delle classi con un massimo di 20 alunni, la creazione di spazi per le scuole dove poter fare didattica, il tracciamento dei contatti e i tamponi ripetuti: tutto è rimasto senza risposta

Matteo Saracini

Foto di Wokandapix da Pixabay

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