70 MM: Padrenostro

Favino immenso nei film che gli calzano sempre più stretti.

Articolo di Marco Saracini

Padrenostro è la terza pellicola di Claudio Noce, regista già di “Good Morning Aman” e “La Foresta di Ghiaccio”. Al momento il regista ha fatto parlare nel contesto dei lungometraggi soprattutto per gli attori da lui scelti, piuttosto che per una eccelsa dote registica. Nel 2020 torna sul grande schermo con Padrenostro, una regia davvero particolare quella messa in scena per questa pellicola, la quale a tratti può essere giustificata, e la pretesa del vezzo artistico non tiene troppo in piedi.

Discutibili molte scelte registiche, che se all’inizio sembrano quasi una buona scelta, poi vengono prolungate nel tempo eccessivamente e risultano essere solo stucchevoli; le scenografie son ben costruite ma danno un senso di finzione temporale, vengono strutturate per stereotipi e non basandosi sulla realtà del tempo. Inoltre, in questa pellicola è evidente una forzatura dei tempi cinematografici, del tutto non incarnati nelle scene, ad esempio i pochissimi momenti musicali sono messi lì come ad innalzare le scene, in verità le rendono claudicanti, prive di senso e spesso anche più lente di quanto debbano essere.

D’altro canto, un Pierfrancesco Favino sempre più immenso, talmente grande che fa sfigurare lo stesso film; in questi ultimi anni Favino ha dato al cinema italiano corpo e anima, risultando al momento uno tra i migliori attori italiani, recitando per altro anche in varie produzioni straniere. In questa pellicola Favino è tutto, interpreta Alfonso Le Rose, quando lo si guarda si ha la consapevolezza di sapere chi è, ma siamo pienamente convinti di voler credere alla sua finzione recitativa, perché lui è l’arte cinematografica stessa. Le espressioni da padre gentile e premuroso sono quanto di più bello si possa chiedere, la sua pacatezza e la sua monumentalità nelle azioni lo rendono ingombrante nelle scene, un essere sproporzionato che dona però equilibrio al tutto. Poi abbiamo il giovane Mattia Garaci, il quale interpreta Valerio, una buona dote attoriale nonostante la tenera età.

Con il personaggio di Valerio si è di fronte però ad una dicotomia, alcune volte siamo pienamente soddisfatti e altre ci accorgiamo che manca qualcosa; gli sguardi di Valerio sono penetranti e azzeccati, ma forse un po’ troppo forzati, in questo caso (forse) è proprio l’esperienza che manca. Consapevoli dell’età di Mattia confidiamo nel suo futuro. Il terzo personaggio principale della nostra storia è Christian, interpretato da Francesco Gheghi; Christian è un giovane ragazzo sfuggente, compare all’inizio come un fantasma, il suo cambio di recitazione da adulto a ragazzo timoroso non è mai forzato. La trama di questo film è basata sulla storia vera della famiglia del regista; il padre di Claudio Noce, Alfonso, era vicequestore e sfuggì alla morte in un attentato nel 1976, la stessa sorte non spetterà al poliziotto Prisco Palumbo e al terrorista Martino Zicchitella.

Gli anni di piombo fanno da sfondo alle vicende, durante tutto il film si avverte la tensione che questo periodo suscita. Alfonso dopo aver trascorso un periodo in ospedale riuscirà a tornare a casa, deciderà qui di trascorrere un periodo con la famiglia per allontanare i brutti pensieri, ma i “peccati” lo inseguono fino alla sua terra natia. Valerio, figlio di Alfonso, ha stretto amicizia con un ragazzo di strada, Christian, che sapendo della sua partenza lo seguirà fino in Calabria, qui verrà accolto come un membro della famiglia. Un’opera cinematografica strana, che innalza questa vicenda come un fatto imponente dell’epoca, una storia da ricordare, ma più si va avanti e più abbiamo l’impressione che sia tutto molto marginale. Noce, forse, racconta questi fatti per farci capire quanto questa vicenda sia stata profondamente importante nella storia della sua famiglia, ma non ci spiega veramente perché.

La pellicola ci lascia costantemente con l’aspettativa di avere una spiegazione, un finale che possa esaurire le nostre domande, ma tutto ciò non arriva. A cosa puntava veramente il regista? Forse la domanda ha una risposta molto semplice, il motivo di quest’opera è il racconto di un aneddoto privato. Un rapporto padre-figlio che però è forse troppo privato, un film che cerca disperatamente di esportare un concetto, ma che difficilmente riesce a farci capire quale esso sia. La vera domanda da porci è: Claudio Noce saprebbe farci emozionare senza un cast di tale rilievo, oppure il film si ferma ai suoi interpreti?

Marco Saracini

3 pensieri riguardo “70 MM: Padrenostro

    1. Durante il film il regista cerca attraverso primi piani e sequenze sceniche di suscitare emozioni nel pubblico, cercando così il particolare nella dote attoriale, ma un uso eccessivo di questa tecnica e gli attori che non riescono a comunicare trascinano a fondo questa scelta.
      M. Saracini

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