Perché le grandi specie animali sono quelle più a rischio?

Articolo di redazione: a cura di Jerzy Piotr Kabala

Quanto è maestoso e imponente un elefante? Quale idea di forza dà un leone? Con la sua enorme apertura alare un albatros sembra poter andare ovunque, difatti è in grado di spostarsi per centinaia di chilometri alla ricerca di cibo. Nonostante il loro aspetto fiero però, queste specie sono tutte molto fragili da un punto di vista demografico. Le loro popolazioni hanno un basso tasso di accrescimento per unità di tempo: i singoli individui si riproducono tardi e i tempi tra un evento riproduttivo e l’altro sono lunghi, così il tasso massimo di accrescimento nel tempo è basso.

 Il tasso di accrescimento di una popolazione, R0, identifica la quantità di prole media che va a sostituire ogni individuo della generazione precedente. Quando lo calcoliamo usiamo come unità di tempo il suo tempo di generazione, quindi stiamo guardando quello che succede alla popolazione dal suo punto di vista, considerando il suo accrescimento sulla scala temporale a lei propria. Se però vogliamo assumere un punto di vista più generale, che ci permetta di confrontare popolazioni che vivono su scale temporali diverse (esempio insetti che completano il ciclo vitale in un anno, con grandi mammiferi che vivono decine di anni), dobbiamo riportare questo indice a una scala temporale comune. Ed ecco che popolazioni con tempi di generazione più lunghi, a parità di R0 si accrescono più lentamente nel tempo.

Una popolazione per mantenere la sua dimensione nel tempo potrà sopportare una mortalità massima che sia pari al numero di individui generati in eccesso rispetto alla generazione precedente.  Esempio: se una popolazione di 100 individui verrà sostituita da 104 individui alla generazione successiva, per non decrescere le sue perdite dovranno essere limitate a un massimo di 4 individui. Se la durata di una generazione è di un anno possiamo permetterci una mortalità aggiuntiva di 4 individui l’anno, ma se la durata di una generazione è di 100 anni, possiamo perdere solo 4 individui al secolo.

Animali di grandi dimensioni di solito hanno anche home-ranges (cioè l’area che usano abitualmente per svolgere le proprie attività vitali) molto più grandi rispetto ad animali piccoli, il che li rende più vulnerabili a interagire direttamente o indirettamente con l’uomo. L’uomo è uno dei principali pericoli per le specie selvatiche, sia attivamente (per esempio gli animali che vengono uccisi nella caccia e nella pesca), sia passivamente: difatti l’uso umano del suolo elimina gli ambienti naturali necessari alla sussistenza delle altre specie. In più molte infrastrutture come strade o ferrovie frammentano l’ambiente naturale e costituiscono un serio ostacolo allo spostamento degli animali selvatici. A questo poi si aggiunge il cambiamento climatico che sta iniziando ad alterare gli ambienti ai quali le specie attualmente esistenti erano adattate.

Così le specie più grandi e carismatiche si trovano doppiamente svantaggiate: a fronte di una maggiore esposizione agli impatti umani hanno intrinsecamente una minore resilienza e una minore capacità di ripresa. Per quanto il grande elefante sia molto più imponente di una formica, alla fine della fiera risulta decisamente più fragile.

Questo articolo è stato ispirato da una videoconferenza del prof. Lebreton e da alcuni suoi scritti.

Jerzy Piotr Kabala

Foto di เอกลักษณ์ มะลิซ้อน da Pixabay

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