Festa dei lavoratori. L’Italia ha da festeggiare?

Primo maggio, festa dei lavoratori. Fino a due anni fa per chi viveva a Roma significava concertone a piazza San Giovanni. Un giorno di festa, in cui buttarsi nella mischia. I più grandi sanno invece quanto sangue è costato questo giorno. Quante lotte sindacali per ottenere dei diritti, paghe più alte, giorni di riposo. Se ci guardiamo indietro, soprattutto noi giovani, dovremmo accorgerci che gran parte di quel lavoro fatto dai nostri nonni oggi si è sfaldato, come un castello di carte che è venuto giù al primo soffio di vento.

Dunque, cosa c’è da festeggiare oggi 1 maggio 2021?

Festeggiamo le migliaia di ristoratori, ballerini, artisti, proprietari di palestre che hanno chiuso le proprie attività a causa di una gestione poco sensata della pandemia? I ristoratori che hanno potuto riaprire in questi giorni, e solo perché avevano uno spazio all’aperto, pregheranno che non piova, che il vento non sia troppo forte. Già hanno perso tanto, c’è il rischio che saltino anche le prenotazioni di oggi. Qualche giorno fa passando in un vicolo intorno via del Corso ho visto un ristoratore in preda alla disperazione: aveva appena apparecchiato i tavoli lungo la strada, era quasi ora di cena e improvvisamente ha iniziato a diluviare. Turisti ce ne sono pochissimi, i romani preferiscono tornare al caldo nelle proprie case e non fermarsi a mangiare al freddo. Un’altra giornata di lavoro persa, che si somma a tutte quelle perse da quando il buon Draghi si è seduto sul suo scranno. Proprio mentre scrivevo questo articolo, il ristorante a cui avevo prenotato il pranzo mi ha chiamato per disdire: sta piovendo, è tutto bagnato. Aveva la voce distrutta e il cuore mi si è stretto.

Cosa c’è da festeggiare, oggi, 1 maggio 2021?

Le migliaia di giovani precari costretti a passare da uno stage all’altro? Anni di università, laurea con 110 e lode, curricula pieni di esperienze. Su LinkedIn abbondano proposte di lavoro in cui si richiede “esperienza” “competenza” “proattività”. Qualche volta si elargiscono paghe irrisorie, altre ancora si pretende che il lavoro sia a titolo volontario. Come se io alla cassiera al supermercato non dovessi dare dei soldi quando acquisto un bene, o non debba pagare con soldi veri le bollette a fine mese.

Festeggiamo gli ultimi, gli sfruttati, chi lavora 15 ore per 5 centesimi. Festeggiamo le donne, che devono scegliere tra figli e lavoro. Festeggiamo le Partite Iva, che su un guadagno misero devono devolvere una considerevole percentuale allo Stato. Hanno un socio di maggioranza che però scompare quando arrivano le crisi.

L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro. Ma quale lavoro?

Articolo a cura di Redazione

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