Ambiente, Principessa Mononoke vs Nausicaä della Valle del Vento

Articolo di redazione: a cura di Jerzy Piotr Kabala

Il fenomeno del cambiamento climatico negli ultimi anni ha fatto breccia in larga parte dell’opinione pubblica, arrivando fin sui tavoli dei politici, dopo che grandi manifestazioni di massa e l’attività di numerosi movimenti e associazioni. In realtà l’impatto dell’uomo sul clima è da considerare nel contesto più ampio del rapporto tra la civiltà umana e l’ambiente che la circonda. Di fatto tutte le società umane si basano su un prelievo di risorse dall’ambiente naturale e l’eliminazione dei “prodotti di scarto” delle loro attività, come banalmente i rifiuti, ma anche le sostanze inquinanti diffuse nell’ambiente, il calore, il rumore, le radiazioni eccetera.

La sfida che si pone davanti all’uomo è quindi quella di trovare un equilibrio con l’ambiente a cui appartiene e con cui si interfaccia: nel caso della società globalizzata odierna si tratta dell’intero pianeta appunto. Questo perché per quanto grande la terra ha dimensioni finite, finite sono le risorse che contiene e la capacità di rigenerare quelle risorse che sono “rinnovabili”. Di conseguenza l’unico modo per la civiltà di continuare ad automantenersi è quello di non esaurire le risorse da cui dipende e di non rendere inabitabile il luogo che la ospita.

Il regista giapponese Hayao Miyazaki, arcinoto per i suoi film di animazione, inserisce spesso questa tematica nelle sue opere, nei due film citati nel titolo però essa assume un ruolo centrale. Il personaggio della principessa Mononoke rappresenta una versione oltranzista dell’amore per la natura, che sfocia in un odio per gli uomini, responsabili della sua distruzione.

Come le fa notare il protagonista Ashitaka però, si tratta di una posizione insensata dal momento che lei stessa è umana. L’ “amore” dell’uomo per sé stesso, i suoi simili e la propria civiltà è sano e fisiologico. È da esso che deve nascere il rispetto per l’ambiente naturale e gli ecosistemi: sono essi che direttamente e indirettamente ci permettono di vivere, producendo gran parte di ciò che ci è necessario ed assorbendo i nostri “prodotti collaterali”. Senza degli ecosistemi in salute non avremmo suolo per sostenere la produzione di cibo né acqua pulita. Come ci stiamo iniziando ad accorgere il cambiamento climatico sta rendendo le condizioni meno favorevoli per noi e per le nostre attività; gli inquinanti dispersi invece si trasferiscono attraverso le reti trofiche (una rete trofica è l’insieme delle catene alimentari presenti in un ecosistema, che solitamente invece di essere lineari sono appunto interconnesse a formare una rete) fino alle nostre tavole, contaminando alla fine noi stessi.

Proprio l’altro film di Miyazaki che ho citato, Nausicaa della Valle del Vento è ambientato in un mondo degradato e reso tossico dall’attività umana. La protagonista nel corso di tutta la vicenda ci insegna che il conflitto con la “natura” è solo che inutile, generando danno e distruzione, e nel corso delle sue avventure scopre che è proprio la giungla tossica, che tutti temono e vogliono combattere, a purificare l’acqua a cui attinge il suo villaggio. Entrambi i film terminano con la ricomposizione dei conflitti, e auspicano l’instaurarsi di un equilibrio tra uomo e natura.

Forse dovremmo abbracciare questo concetto di equilibrio tanto caro alla cultura orientale, abbandonando la visione dualistica di uomo e natura che ha caratterizzato la visione del mondo occidentale: l’uomo da essere in balìa della natura, grazie al progresso scientifico e tecnico ne è diventato il dominatore e lo sfruttatore, non considerandosi un unicum con essa. In realtà invece l’essere umano nel suo piccolo e la sua civiltà in grande sono dei sistemi aperti, che si automantengono solo grazie allo scambio di materia ed energia con l’esterno. Esterno che possiamo chiamare natura, ambiente, o fare riferimento all’intero pianeta nel caso della civiltà globale del XXI secolo. Se lottiamo per “salvare il pianeta” ricordiamoci che in realtà stiamo cercando di salvare anche e soprattutto noi stessi.  Questo è un motivo in più per il quale anche coloro che non amano particolarmente “la natura” dovrebbero invece perseguire la sua conservazione, perché è solo grazie ad essa che i costrutti della nostra civiltà potranno persistere.

Jerzy Piotr Kabala

Foto di Krocker Klaus da Pixabay

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