Più Caparezza, meno retorica sui libri di testo dei giovani studenti del 2000

Articolo di redazione: a cura di Tatiana Mercuri

Classe 1973, pugliese doc, animo sensibile, testa geniale nascosta da folti ricci diventati simbolo del coraggio di essere “diversi”: Michele Salvemini, in arte Caparezza, autore conosciuto da tutti e apprezzato forse da troppe poche persone, in particolare solo da quelli che non aspettano tanto i video delle sue canzoni quanto più i lyrics, i testi. Si, perché prima di lasciarsi andare alle sue note e alla sua musica, bisogna leggere attentamente per prendere quello che metaforicamente potrebbe dirsi non un “aperitivo” ma un vero e proprio “pasto completo” fatto di attualità, riflessioni mai banali, cultura linguistico-letteraria e divertimento dato da melodie che ricordano a suon di pizzica mischiata a rock, la sua terra meravigliosa.

Questo artista, il cui nuovo album “ Exuvia” ( e già il titolo che unisce scienza a psicologia lascia presagire il sapere quasi enciclopedico che vi è al suo interno) è uscito proprio il 7 Maggio, andrebbe realmente fatto ascoltare ai giovanissimi per dare loro un modo diverso di vedere il mondo, la società e soprattutto per rendere più curioso e appassionante lo studio di alcuni argomenti presenti sui libri di scuola, ma ritenuti talvolta pesanti semplicemente perché proposti sempre alla stessa maniera.

D’altro canto, persino l’autore latino Lucrezio aveva compreso, in anticipo rispetto ad ogni epoca, che una medicina è più gradita se somministrata in un vaso i cui bordi siano cosparsi di ambrosia. Alla luce dei fatti, questo concetto sembra essere la linea guida dell’autore pugliese che, solo per fare un esempio, in una sola canzone “Il sogno eretico”, tratta dall’omonimo album del 2011, presenta attraverso perifrasi tre personaggi storici quali: Giovanna d’Arco, Galileo Galilei e Giordano Bruno. L’aspetto strabiliante è che nel testo della canzone non sono nominati, ma tutto viene fatto capire attraverso allusioni, riferimenti, giochi di parole e il risultato è soltanto uno: se hai una base culturale, come un rebus, comprendi alla fine di chi si sta parlando; allo stesso modo, se questo sostrato culturale non c’è, comprendi ugualmente perché ciò che viene stimolato è l’ingrediente più importante di tutti per l’apprendimento: la curiosità. Ed ecco che accade che, se non sai, sei indotto a cercare e dopo tre o quattro minuti di canzone, esci che conosci una cosa in più. Questo è insegnare, questo è diffondere con intelligenza argomenti su cui oggi si sa solo fare retorica spicciola senza permettere di crearsi un’opinione critica. Quando poi tutto questo è unito a un’estrema sensibilità si arriva a stringere, come in un abbraccio paterno o materno, proprio tutti o meglio, tutti coloro che vogliono lasciarsi abbracciare, tutti coloro che vogliono andare oltre l’immagine da NERD e sentirsi meno sbagliati o meno soli.

Perché è questo che dovrebbe fare la musica, come la poesia, la narrativa o l’arte in generale: unire, dare uno slancio di solidarietà e non acuire acredini o dissensi. Dovrebbe istruire poiché è un veicolo immediato di informazioni; i poemi omerici, quando ancora erano trasmessi oralmente, venivano non a caso cantati perché la melodia favorisce la memorizzazione; e dunque? Invece di educare, oggi come mai prima, le cuffie trasmettono slang, cattive parole, pensieri senza senso. Ed è subito boom di visualizzazioni, ascolti, dischi d’oro, di platino e quant’altro assegnati sulla base di non si sa bene cosa. D’altra parte anche questo è uno strumento per capire come funziona un po’ la società; lo dice lo stesso Caparezza in un altro suo pezzo: << Se la sala è piena, il film fa schifo>> (Ti sorrido mentre affogo); come a dire che ad oggi le persone non vogliono sforzarsi di capire, di comprendere o di leggere tra le righe. Come a dire che oggi ognuno di noi sia più che altro trasportato da una stanchezza che ci fa appoggiare al flusso comune anziché crearne uno proprio e anche alla luce di questo, Michele Salvemini diventa esempio di un grande insegnamento: continuare per la propria strada, fare il proprio, senza avere necessariamente l’esigenza di piacere poiché l’intento è quello di comunicare, di dare emozioni.

A chi arriva quello che si dice, però, non possiamo sceglierlo noi. Insomma, dovremmo tutti vivere secondo questo principio: << Non mi interessa essere capito; mi interessa essere, capito? Essere, capito?>>, perché a volte sono le virgole, le piccolezze, le inezie a fare la differenza e quelle siamo noi a decidere come spostarle.

Tatiana Mercuri

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