Il Guardiano di Dvyindoedd -Parte VI

La piazza di Dvyindoedd erano stata attrezzata con tavoli e panche in vista dei festeggiamenti in mio onore; alcune ragazze stavano finendo di acconciare degli addobbi di stoffa colorata.

Avevo osservato i preparativi dalla cima della torre di guardia del paese, dove mi ero rifugiato per continuare a riflettere su quanto avessi scoperto.

Non mi fidavo più dei miei concittadini.

Mi avevano tenuto nascosto un fratello. A forza di pensarci, me ne stavo convincendo: sentivo fosse così e tutto sembrava quadrare nella mia testa.

Ovviamente, non ricordavo nulla di lui e dunque non potevo provare affetto, rimpianto, tristezza o dolore; tuttavia, il desiderio di conoscere la verità mi faceva ribollire le viscere.

Non mi sembrava giusto fingere non fosse mai esistito, ignorarne l’esistenza.

Dovevo sapere.

Affrontare i miei amici e parenti, spingerli a vuotare il sacco.

Il sole era calato, falò e torce erano stati accesi, le tavole imbandite; i bambini giocavano correndo qua e là, urlacchiando; gli adulti, raggruppati in capannelli, scherzavano, ridevano e tracannavano birra. Ogni tanto qualcuno mi si avvicinava, mi dava una gran pacca sulle spalle o un abbraccio, si congratulava, ringraziava, chiedeva dettagli sullo scontro con il wyinddorm.

Ero imbarazzato e non riuscivo a guardare serenamente nei loro occhi, poiché continuavo a chiedermi chi facesse parte di quel disegno: in una comunità così piccola, probabilmente tutti, esclusi forse i bambini.

Notai Agniya, seduta ad un tavolo, da sola.

Si accorse di me e mi rivolse un timido sorriso, carico di tristezza, gli occhi rossi e lucidi.

Distolse lo sguardo, angosciata.

Lei sapeva!

Cercai di avvicinarmi, dovevo parlarle.

Ma tutti volevano fermarmi, parlarmi, offrirmi dolcetti o una coppa di birra, si assembravano davanti a me, mi impedivano di avanzare e dovevo svicolare, scansarli.

Quando arrivai al tavolo, Agniya non c’era più!

Mi guardai intorno: solo una folla di sconosciuti, non riuscivo a scorgerla.

Eccola!

Era dall’altra parte della piazza: la madre, il padre e Yion le stavano parlando, lei sembrava sul punto di piangere.

Decisi fosse ora di chiudere la questione.

Mi mossi decisamente nella loro direzione, spingendo via rudemente chiunque mi intralciasse.

Yion mi vide e mi venne incontro con un sorriso, a braccia aperte.

«Eccolo, il nostro festeggiato! Dai, vieni, ti faccio assaggiare un vinello delizioso appena arrivato da Tradoke, ti…»

Un pugno in pieno ventre gli strozzò le parole in gola; si accasciò a terra, con le mani sulla pancia.

Sulla piazza piombò un terribile silenzio: nessuno si mosse, gli sguardi angosciati piantati su di me.

«Sei impazzito?», rantolò Yion.

Gli scoccai un’occhiata furente.

Sembrò capire subito.

Una mano mi si poggiò sulla spalla, mi voltai: era mio padre, con gli occhi lucidi e la mascella tremante.

«Figliolo, calmati, ti prego.»

«Calmarmi? Ero determinato a scoprire la verità pacificamente, ma avete tentato di ostacolarmi. Quando è troppo, è troppo: vi caverò tutta la storia di bocca, dovessi usare la forza!»

Udii qualcuno esplodere in singhiozzi: mia madre era caduta in ginocchio, nello sgomento generale.

«Figlio mio, basta, smettila! Vuoi la verità? È dolorosa: solo per questo ti era stata pietosamente nascosta.»

«Per quanto dolorosa sia, non avevate il diritto di tacermi della morte di mio fratello!»

Mio padre abbassò gli occhi. Quando riprese a parlare, lo fece con voce tremante.

«Myiron… Myiron è morto quando siete precipitati da Rupe Arcigna, colpiti da quella maledetta bestia! Ha solo avuto… più sfortuna di te. Quando vi abbiamo trovati, per lui non c’era nulla da fare, il collo era spezzato: l’abbiamo seppellito lì dov’era, in preda al dolore più nero.»

Mia madre singhiozzava penosamente, gli occhi di mio padre divennero umidi.

«Perché? Perché non me lo avete detto?»

«Eravate troppo legati, ne avresti sofferto oltre ogni modo. E forse…forse anche tutti noi volevamo dimenticare con te l’orribile tragedia: avevamo visto la possibilità di andare avanti, di superare questo lutto.»

Soppesai quella confessione con la rabbia che andava scemando. Nessun lume si era acceso nella mia testa, non provavo altro che amarezza.

«Avete fatto una scelta stupida ed egoista, avrei preferito sapere tutto. Chi era mio fratello?»

«Eravate gemelli, siete cresciuti inseparabili e facevate tutto assieme, persino accettare di diventare ghyiarddedd della comunità: l’unica differenza era l’uso di armi diverse, tu la spada, lui l’asciamartello. Sì, quella che hai trovato sul corpo di quella maledetta bestia.»

Rimasi in silenzio. Quelle parole mi impietosivano, tuttavia qualcosa mi turbava…

Proruppe un grido, carico di angoscia.

Agniya si fece largo tra i presenti. Piangeva.

Con mia sorpresa, mi abbracciò. Istintivamente, le misi una mano sulla testa e la accarezzai affettuosamente.

Yion, a terra, rantolò: «Agniya, non…»

Lo fulminai con lo sguardo.

Lei mi guardò intensamente negli occhi.

«Non ce la faccio più! Non riesco a fingere! Non capisco come possano farlo tutti gli altri. Ma io ti ho sempre amato e continuerò ad amarti!»

Ero sconvolto e confuso.

«E perché avresti dovuto fingere il contrario?»

Singhiozzava al punto da riuscire a parlare a fatica: mesi di silenzio forzato, di frustrazione, dolore, pena, si stavano riversando fuori attraverso i suoi occhi, sotto forma di lacrime.

«Perché io amo te, Myiron!»

Mia madre levò altissimo un gemito. Non le badai, ero troppo stupito.

«Myiron?»

«Per loro, non è tuo fratello ad essere morto, ma tu!»

«Cosa stai dicendo?»

«Aryinn, lasciala perdere, è pazza!»

Rivolsi ad Yion un’altra occhiata di fuoco.

«Taci, imbecille!»

Mi guardai attorno: gli abitanti di Dvyindoedd avevano tutti lo sguardo basso; mia madre, carponi, singhiozzava senza ritegno.

Mio padre, invece, cercava di mantenersi saldo, una fragile facciata.

«Aryinn…»

La ragazza, in lacrime tra le mie braccia, scattò con una violenza improvvisa e sconvolgente.

«Smettila! Smettetela di chiamarlo Aryinn! È Myiron, è sempre stato Myiron! È stato orribile, quello che tutti voi avete cercato di fare!»

Si voltò di nuovo verso di me, addolcendo il volto devastato.

«Quando vi hanno trovati ai piedi di Rupe Arcigna, Aryinn era morto e tu quasi in fin di vita. Nessuno voleva credere alla tragedia, nessuno voleva accettare la morte di tuo fratello: per quattro giorni tutta Dvyindoedd ha pianto Aryinn, mentre tu sei stato abbandonato in un letto. Solo io sono rimasta al tuo capezzale, pregando che ti risvegliassi. Poi ti sei ripreso, ma non ricordavi più nulla, non mi riconoscevi, per te eravamo degli sconosciuti: il medico disse che avevi perso la memoria a causa di un colpo alla testa e che difficilmente l’avresti recuperata.»

Gli occhi le si indurirono, mentre puntava il dito sui presenti.

«Loro decisero di approfittarne, di aiutarti a ricordare, inculcandoti la memoria di Aryinn! Portarono via il suo corpo e lo seppellirono lontano dal paese, in una fossa anonima, fingendo letteralmente che si trattasse di te! Ero disperata, incredula e sconvolta, ma mi dissero che era per il bene della comunità, che avrei dovuto capire, avrei potuto continuare a frequentarti, forse, chissà… ma come Aryinn! Non avrei dovuto fingere, bensì proprio convincermi che tu fossi un altro, come hanno provato a fare loro. Ma come avrei potuto?»

Non sapevo cosa dire: suonava tutto così… malato!

«Ma perché? Perché odiavano così tanto Myiron? Cioè… me.»

«Aryinn era l’idolo del villaggio, mentre tu sognavi di lasciare questo pugno di case e i loro ipocriti abitanti. Desideravi tanto tornare a Tradoke insieme a me.»

«Tutto qui?»

Ero incredulo.

«Mi odiavano solo perché volevo andarmene, costruirmi una vita?»

Stavolta fu mio padre a parlare, con una durezza inaspettata.

«Non capisci! Tu non hai mai capito! Non ti è mai importato nulla della comunità, volevi abbandonarla! Tuo fratello, invece… lui sì, che aveva a cuore tutti noi, tanto che si propose volontariamente di diventare il guardiano del paese.»

Mia madre gemette rumorosamente. Ormai aveva smesso di piangere: seduta a terra, scomposta, distrutta, ripeteva ossessivamente il nome di Aryinn. Mio padre mi puntò contro la gruccia, rimanendo faticosamente in equilibrio sulla gamba e la protesi.

«Tu ti sei fatto avanti solo perché, da bravo egoista, volevi essere ben trattato da tutti e godere della luce riflessa di tuo fratello! E questa stupida sgualdrinella ti veniva dietro, invece di adorare Aryinn e sperare di potersi sposare con lui!»

La ragazza si staccò dal mio abbraccio ed assestò un violento ceffone in pieno volto a mio padre, che, colto di sorpresa, cadde pesantemente a terra.

«Vigliacca! Te la prendi con un mutilato!»

«Silenzio, bestia! È forse Myiron meno mutilato di te, avendo perso la memoria? E tutti voi vi siete approfittati di lui: chi è più vigliacco?»

Proseguì, come un fiume in piena.

«Lui e suo fratello si amavano e Myiron aveva accettato di diventare guardiano di questo porcile solo perché fu proprio Aryinn a chiederglielo! Ma era consapevole che, prima o poi, avrebbe lasciato Dvyindoedd. Conosceva i suoi sogni, il suo desiderio di scoprire il mondo oltre questi quattro campi e pascoli. Era felice per lui, per noi due, perché parlavamo spesso dei nostri progetti. Voi, invece… quanto avevate capito del loro rapporto? Nulla, immagino: eravate troppo impegnati ad idolatrare il vostro beniamino e considerare l’altro un traditore!»

Mio padre, la guancia arrossata, mosse la mascella, ma senza riuscire ad articolare alcun suono. Nessuno sapeva più cosa dire. O fare. Forse, speravano in un qualche improvviso intervento divino, che li liberasse da quell’atroce situazione.

Per me, quelle persone erano ormai semplici sconosciuti: avevo cercato di adattarmi ai loro racconti, sperando di recuperare la memoria, ma finendo per diventare una specie di fantoccio. Improvvisamente, il velo di finzione si era squarciato e mi resi conto di non provare alcunché per loro, se non pena, rabbia e disprezzo.

Gettai la spada, quella della mia casata, ai piedi di mio padre.

«Agniya, prepara le tue cose: credo proprio sia venuto il momento di partire per Tradoke. E dimenticare realmente il passato. Una volta per tutte.»

Fine

Andrea Saracini

Disegni di Andrea Saracini

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