Di roghi di libri e di cancel culture. Le fiamme dell’ignoranza bruciano ancora

Bücherverbrennungen. Quanti di voi conoscono il significato di questa parola? In italiano si può tradurre con “roghi di libri”. Ecco, a questo punto vi saranno di certo venute in mente le immagini in bianco e nero viste in qualche libro di scuola o online. Fiamme altissime, soldati con la svastica sul braccio, libri irrimediabilmente perduti. È la primavera 1933 nella Germania nazista. A partire da marzo di quell’anno, in diverse città tedesche si consuma uno dei più efferati crimini contro la cultura “non allineata”. Il rogo più grande è quello del 10 maggio 1933, nella piazza del Teatro dell’Opera di Berlino, alla presenza del ministro Joseph Goebbels. Secondo le testimonianze solo quella notte vennero bruciati circa 25mila volumi, di autori considerati contrari allo spirito tedesco: ebrei, comunisti, socialisti, artisti delle avanguardie… Non scampano alla distruzione neanche le opere dei grandi pensatori e artisti del ‘900: Marx, Mann, Roth, Kandinsky, Freud, Murnau. Un parossismo di follia che oggi viene utilizzato come monito per le generazioni future: fate attenzione, perché quando vorranno cancellare la vostra identità partiranno dalla cultura.

Bücherverbrennungen, Foto via Biblioteca del Tempo

È stato così da sempre, la Germania nazista è forse l’ultimo esempio in Europa. Torniamo un bel po’indietro nel tempo, andiamo ad Alessandria D’Egitto, dove aveva sede la più grande Biblioteca del mondo classico. Un polo culturale che i nostri a confronto impallidiscono. Le ipotesi degli storici sono contraddittorie sulla questione della sua distruzione. È comunque certo che guerre e incendi nel corso dei secoli non risparmiarono questo luogo, provocando la perdita di centinaia di papiri. Anche in questo caso la mano dei conquistatori si rivolge contro la cultura: nel 292 l’imperatore Diocleziano dà ordine di bruciare i libri di alchimia; nel 391 d.C., è l’imperatore romano Teodosio I a emanare un editto contro il Serapeo (una sezione della Biblioteca), con cui stabilisce la distruzione sistematica di un’importante raccolta di opere greche. Saggezza pagana, che andava debellata alla radice.

Poi è la volta degli arabi: nel 642 il generale Amr, che aveva conquistato l’Egitto, avrebbe ordinato la distruzione di vari papiri. A riportare l’evento sono soprattutto fonti arabe, in particolare la Historia Compendiosa Dynastiarum attribuita dell’autore siriano di religione cristiana Barebreo. Nel testo, in latino, si dice che Amr avrebbe chiesto al califfo Omar cosa fare di quei testi. Il califfo rispose che in quei libri erano contenute cose che già esistevano nel Corano, dunque era inutile tenerli. E qualora avessero contenuto cose che non erano presenti nel Corano, allora andavano distrutti, perché dannosi. Barebreo sostiene che gli Arabi bruciarono i libri nelle caldaie per alimentare i bagni dei soldati, e che questi bastarono per sei mesi. Che sia vero o solo propaganda non lo sapremo mai[1].  

Il 7 febbraio1497, durante i festeggiamenti del Martedì Grasso a Firenze, Girolamo Savonarola promuove un “Falò delle vanità”, in cui oltre a oggetti considerati “peccaminosi” come specchi o belletti, vengono dati alle fiamme anche opere d’arte e testi letterari. Pensate che lo stesso Sandro Botticelli gettò tra le fiamme con le proprie mani dei dipinti in cui aveva raffigurato scene di mitologia classica.

Se pensate che la pratica dei roghi di libri si esaurisce con la fine della Seconda Guerra Mondiale vi sbagliate di grosso: l’ultimo rogo di libri per disposizione legale in Italia avvenne nel 1961 nel cortile della procura di Varese: vittima l’opera Storielle, racconti e raccontini del Marchese de Sade, pubblicata dall’editore Luigi Veronelli l’anno precedente.

Roghi ai giorni nostri

Ha fatto il giro del mondo la notizia dei circa 2mila libri prelevati da diverse importanti biblioteche e bruciati dal gruppo terroristico islamico Isis: testi per bambini, libri di poesia, di scienza, tutto ciò che secondo loro non incontrava la “morale islamica”. Siamo pronti a rifiutare e a scandalizzarci di fronte a gesti del genere: sono riconoscibili e facilmente condannabili, perché come abbiamo visto sono ancora freschi nella nostra memoria.

Ma come percepiamo i “roghi virtuali” a cui la nostra cultura va incontro di giorno in giorno? Oggi la chiamano “cancel culture”, ed è un fenomeno che parte dagli Stati Uniti per investire tutta la cultura mediterranea. Non tiene conto del contesto, con la pretesa di ristabilire una sedicente giustizia che non può certo essere ristabilita a colpi di spugna sul passato. Dalla testa mozzata di Cristoforo Colombo alla Howard University che declassa gli studi classici, da Via col vento censurato da HBO ai grandi classici Disney, fino, addirittura, alla libraia che si rifiuta di vendere il libro di Giorgia Meloni (regalandole peraltro un bel po’ di pubblicità gratuita).

Ecco, nel tentativo di sostituire una cultura con un’altra, di declassare una cultura per elevarne un’altra, così come un’ideologia sull’altra, applichiamo lo stesso sistema applicato da Savonarola e dai nazisti. Forse non accendiamo fisicamente il fuoco, ma le fiamme dell’ignoranza continuano a bruciare, e a bruciarci, inesorabili.

Articolo a cura di REDAZIONE


[1] Edward Pococke, Bar Hebraeus: Historia Compendiosa Dynastiarum, Oxford, 1663.

Foto di copertina: Wikipedia

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