Strage di Capaci: per non dimenticare

Articolo di Redazione – a cura di Luca Ianniccari Antoniozzi

Sono passati ben ventinove anni dal 23 maggio 1992. Eppure il ricordo di quelle persone che hanno data la loro vita per lottare contro la Mafia è ancora vivido nelle nostre menti e deve continuare ad esserlo.

Al momento dell’attentato Giovanni Falcone è alla guida e la moglie, Francesca Morvillo, anche lei magistrato, gli siede accanto. Direzione casa. Ma non sono soli. Sul sedile posteriore si trova l’autista giudiziario Giuseppe Costanza, l’unico sopravvissuto di quella vettura. Ore17.58, l’autostrada A29 Palermo-Mazara del Vallo, viene attraversata da un boato. Pochi metri dallo svincolo di Capaci. 400 kg di tritolo collocati ai bordi della stradasquarciano il pomeriggio palermitano. Sbriciolano l’asfalto creando una voragine. Tecnica libanese. La vettura su cui viaggia la scorta di Falcone, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro viene risucchiata. Muoiono sul colpo. L’auto guidata dal giudice Falcone si infrange contro un muro di detriti. L’impatto è così violento da scaraventare i corpi dei due coniugi fuori dal parabrezza. Poche ore dopo moriranno in ospedale.

Perché e stato ucciso? Giovanni Falcone era un’icona della lotta alla Mafia e quest’ultima ne aveva paura. Era una membro importante del maxiprocesso contro Cosa Nostra cominciato a Palermo nel 1986 e finito nel gennaio del 1992. Il maxiprocesso contava 475 imputati, di cui 360 vennero condannati dalla Cassazione. Per tale motivo era tanto temuto da Cosa Nostra, persino dal capo dei capi, Toto’ Riina. Lo stesso mandante del terribile attentato. 

Ricordare le vittime di quel attentato significa far rivivere il loro ideali e far in modo che atrocità del genere non accadano più. Una società più equa, uno Stato più presente.

“Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.”

-Giovanni Falcone

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