L’Aperi-Libro: fascismo e interpretazioni

Articolo a cura di Esmeralda Moretti

Qualche giorno fa, il 2 giugno, abbiamo festeggiato la festa della repubblica. Infatti, il 2 giugno del 1946 gli italiani (e per la prima volta anche le italiane) sono stati chiamati a votare il referendum per scegliere tra monarchia e repubblica.

A vincere, sebbene con uno scarto di pochi voti, sarà la repubblica.

Questo referendum è fondamentale per tantissimi motivi. Uno di questi è sicuramente la partecipazione femminile. Un altro è il fatto che segna un momento di cesura rispetto al precedente ventennio fascista. Il referendum del ‘46 è la prefazione alla Nuova Italia, un’Italia che, ora più che mai, vuole impegnarsi per prendere le distanze dal fascismo. Impegno che infatti sarà confermato anche con la costituzione del 1948: una costituzione chiaramente antifascista.

Non è la prima volta che ci troviamo a riflettere sul fascismo qui su La Volpe, né la prima volta che ragioniamo sui totalitarismi del novecento. Una domanda sorge spontanea: il fascismo fu un totalitarismo?

In uno degli scorsi Aperi- Libri, quello dedicato alla Shoah, abbiamo ricordato come Hannah Arendt escludesse il fascismo dalla categoria dei totalitarismi (nella quale includeva, a ragione, nazismo e stalinismo), affermando che il fascismo non fu così pervasivo come il nazionalsocialismo.

Per proseguire la riflessione in questa direzione, è illuminate un libro di Emilio Gentile: “Fascismo: storia e interpretazioni”. Qui Gentile insiste non solo nel definire il fascismo un totalitarismo, ma anzi il primo totalitarismo del Novecento. Questo per svariate ragioni. La prima è che il fascismo stesso rivendicò per sé la definizione di “regime totalitario”. In effetti, il termine “totalitarismo” venne inizialmente usato tra il 1923 e il 1925 dagli anti fascisti, ma fu poi lo stesso fascismo a farlo proprio.

Inoltre, il fascismo volle andare nella direzione di intervenire e diventare pervasivo in ogni ambito della vita dei cittadini, dal pubblico fino al privato, “obbligando” i singoli cittadini ad adattarsi e sottomettersi al regime, anche perché ogni opposizione veniva prontamente eliminata.

E qui bisognerebbe riflettere su un’altra nozione abusata dagli storici del fascismo: quella del consenso. Sentiamo spesso parlare di “consenso” delle masse al fascismo, del carisma di Mussolini che seppe costruirlo, e della propaganda. Come nota un altro grande storico, Corner, bisogna prestare attenzione all’impiego di questa parola. In effetti, dal momento che il fascismo non ammetteva opposizioni e forniva sostegni economici e possibilità di crescita solo a chi aderiva al regime (pensiamo alla funzione delle tessere del fascismo), siamo sicuri che si trattò di un consenso sentito e non di un consenso dovuto alla mancanza di alternative? Non intendiamo chiaramente dire che tutti i fascisti fossero costretti: ovvio che vi fosse chi aderiva al movimento per convinzione. Tuttavia, è bene fare attenzione quando si parla di consenso delle masse, perché è proprio in questo che il fascismo fu totalitario, e lo fu fin da subito, eliminando gli altri partiti: non lasciando alternative.

Adoperandosi per costruire un “uomo nuovo”, uno Stato nuovo è un’idea nuova di società, il fascismo si curò di raggiungere ogni fascia di età e ogni porzione di popolazione: dal lavoro alla scuola, fino al tempo libero, alla ridefinizione dei concetti di maternità e paternità. Ecco perché si parla di religione laica: il fascismo mirava ad essere ciò che il cattolicesimo era stato nei secoli precedenti, cioè una fede a cui aderire spontaneamente e ciecamente. Ed ecco spiegata l’importanza che assumono i riti e i miti tipici del fascismo, a partire dai discorsi del duce, fino ad arrivare al mito dell’impero o alle canzoni che veniva imposto di cantare ai bambini a scuola.

Emilio Gentile precisa anche che nessun totalitarismo è uguale ad un altro, ma in qualche modo il fascismo seppe dare l’impronta a tutti gli altri fascismi che si svilupparono nel corso del Novecento (Spagna, Portogallo, Austria ne sono degli esempi). L’uso della violenza, la censura e la volontà del movimento di entrate nel vivo della vita dei cittadini, rendono il fascismo un totalitarismo a tutti gli effetti.

L’invito conclusivo è sempre lo stesso: attenzione ad impiegare la parola “fascismo” o “totalitarismo” in modo errato e insensato, perché il rischio è quello di confondere le coscienze e creare cattiva informazione. Cose di cui in Italia non abbiamo proprio bisogno, soprattutto, non ora.

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