“Nostalgici” e “progressisti”. La lenta erosione della cultura classica

“Sono schiavi.” No, sono uomini. “Sono schiavi”. No, vivono nella tua stessa casa.
“Sono schiavi”. No, umili amici. “Sono schiavi.”
No, compagni di schiavitù, se pensi che la sorte ha uguale potere su noi e su loro.

Riconoscete l’autore di questi versi? Provate a pensarci, a contestualizzare. Si parla di schiavitù, di uguaglianza. Potrebbe essere un estratto dall’Encyclopedie di Diderot? O un intellettuale post Novecentesco?

Niente di tutto ciò.

A scrivere queste righe così moderne è nientemeno che Lucio Anneo Seneca, filosofo, drammaturgo e politico tra i più completi del mondo romano. L’estratto proposto è tratto dalla celeberrima Epistola 47 Ad Lucilium, che Seneca avrebbe redatto negli anni del disimpegno politico, tra il 62 e il 65. I temi trattati dal filosofo sono tantissimi e rispecchiano in un certo senso anche il fermento culturale che animava Roma nel I secolo d.C. Nell’epistola 47, ma anche in altri testi filosofici, Seneca vuole spingere i propri lettori a trattare gli schiavi con umanità, a ridare un senso a quel termine “familiares” con cui gli antichi padri chiamavano i servi della casa. Inoltre, ricorda Seneca, è bene trattare gli schiavi con rispetto, perché la Fortuna, incostante e capricciosa, oggi ti rende padrone ma domani potrà farti schiavo con un colpo di mano.

Secondo alcuni storici, peraltro, ci sarebbe lo stesso Seneca dietro ad alcuni provvedimenti presi in favore degli schiavi : ad esempio dietro il provvedimento del consilium principis col quale si respingeva la proposta di privare gli schiavi affrancati della loro libertà qualora si fossero dimostrati ingrati nei confronti dei loro ex padroni. Intendiamoci, Seneca non intende mettere in discussione l’istituzione della schiavitù: nella società romana il lavoro degli schiavi rappresentava una componente essenziale dell’economia, ma mentre per il mondo greco si trattava di un istituto di “diritto naturale” (Aristotele, Politica I, 125 ab), a Roma l’uomo non era schiavo per natura ed era per lui possibile affrancarsi arrivando anche a ottenere la cittadinanza romana.

E’ chiaro che il pensiero senechiano risenta della sua epoca e vada letto e studiato nella sua interezza e nel suo contesto. Seneca come Aristotele ma anche Diderot e Voltaire hanno trattato alcune tematiche con gli occhi della loro epoca: mentre condannavano la schiavitù degli uomini, bianchi e neri, ribadivano allo stesso tempo la pochezza intellettuale degli uomini di colore. Ironia della sorte, prima di Princeton e Howard, le università statunitensi da cui in questi mesi partono decise spinte contro la cultura europea, fu proprio Diderot a definire greci e romani delle “bestie” per aver basato i loro imperi sulla schiavitù (così come quasi tutti i popoli del mondo).

Quello che esisteva a Roma e in Grecia era il dibattito, lo scambio tra intellettuali che erano all’inizio del mondo culturale. Oggi europei, americani, bianchi, non hanno più nulla da scrivere. E’ stato già detto tutto, non resta che distruggere. Pezzo per pezzo le mura che hanno edificato la nostra cultura vengono via, sostituite dal culto del tutto e subito e dalla cultura dell’algoritmo. La distruzione delle nostre basi intellettuali, che sono poi anche sociali, è iniziata proprio dalle Università più famose, quella dove studieranno le prossime Kamala Harris e le classi dirigenti del mondo bianco. Che, attenzione, non inseguono una vera idea di inclusione: “inclusione” significa che nessuno viene escluso a favore di qualcun altro.

Se in America questa lenta distruzione delle radici storiche si ammanta di una perbenistica lotta al suprematismo bianco, in Europa l’erosione avviene e senza che neanche ce ne accorgiamo. Da quanti anni in Italia si discute sull’eliminazione dello studio del greco e del latino dal Liceo Classico (che ha ragione d’esistere solo perché si studia latino e greco)? Sono lingue morte, non si parlano, meglio studiare l’inglese o arabo e cinese, le lingue del futuro. Le lingue dell’economia. La lingua della cultura, quella peraltro da cui derivano le lingue romanze, va bene solo per i nostalgici. In Francia, Le Figaro ha sottolineato un’altra deriva che avviene nientemeno che nei musei nazionali francesi: “In Francia nasce un dibattito sull’abbandono, da parte dei musei nazionali, dei numeri romani nei cartelli d’esposizione, in quanto si suppone che il pubblico non sappia o non sappia più leggerli. Invece di imparare i numeri romani, eliminiamoli!“.

Articolo a cura di REDAZIONE

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