Crudelia De Mon(izzata): anche il villano ha delle ragioni, che la ragione non conosce

Articolo di redazione: a cura di Tatiana Mercuri

Il 26 maggio è uscito nelle sale “Crudelia”, film sulla temuta donna perfida e senza scrupoli conosciuta da tutti, grandi e piccini, per il ruolo da antagonista ne “La carica dei 101”. Lei, la temibile e avida cacciatrice di piccoli cuccioli di Dalmata, disinteressata a qualsiasi forma di pietà verso chiunque non sia se stessa. Eppure, come già accaduto più di una volta negli ultimi anni, la casa cinematografica Disney ci racconta la storia da un punto di vista rovesciato anzi, semplicemente ci racconta la storia di questa donna che non è nata senza cuore. Appare quasi paradossale, infatti, che il vero nome del personaggio sia Estella, un nome che richiama luce proprio su di lei, che veste colori scuri. Proprio lei, che è divisa a metà: bianco e nero ed è impossibile negare che tutti noi abbiamo sempre collegato la scelta di questi colori alla volontà di creare pellicce dal manto dei famosi cani maculati. Lo abbiamo pensato perché siamo stati spontaneamente indotti a farlo osservando la storia classica perché è sempre lo stesso schema che si ripropone: è un po’ come dire che a furia di sentir chiamare qualcuno Rosso Malpelo (e sul pregiudizio Verga docet) alla fine uno finisce per crederci davvero che sia “malvagio” poiché ha i capelli rossi. Perché metà bianco e metà nero allora? La risposta è nel film.

Estella è una donna con una grande peculiarità: la determinazione e la voglia di affermarsi e queste non sono certo doti negative; il problema è nella gestione, nel controllare la smania di ambizione senza permettere che quest’ultima porti a danneggiare l’altro. Ed è proprio in questo che pecca la nostra icona di moda: non ha misura. Bene da una parte, male dall’altra, luce e ombra, quindi: bianco e nero. A tutto c’è una risposta, ma se non chiedi non sai; come nessuno di noi si è soffermato a chiedersi come mai, nell’abominevole progetto di uccidere cuccioli Crudelia abbia scelto proprio i Dalmata che certamente non sono famosi per un folto manto, anzi hanno pelo raso. Anche qui ci viene data una spiegazione e, come Freud ci insegna, essa ha radici nell’infanzia, nello specifico nel senso di colpa che opprime la donna, la quale si ritiene artefice della morte della madre. Morte avvenuta ad una festa organizzata dalla Baronessa presso cui sua madre lavora; festa a cui la stessa madre di Estella aveva raccomandato di non intrufolarsi. Eppure, il nero domina il bianco; la fanciulla ambiziosa interviene e nasce un putiferio durante il quale la mamma viene uccisa dai tre dalmata della baronessa.

Si dice che la follia di Nerone giunse subito dopo l’uccisione della madre Agrippina, voluta dallo stesso; incubi frequenti con visioni del misfatto, avrebbero portato l’imperatore a compiere le immonde azioni che oggi noi tutti conosciamo; è un po’ ciò che accade alla reginetta dei villani della Disney che non è nata malvagia, bensì ha abbracciato il suo lato malvagio per sopravvivere, per uscire dall’anonimato e far notare al mondo che anche lei esisteva e che non era solo un’anonima ragazza dai capelli rossi (anche lei, guarda caso). A tutto ciò si aggiunge il servizio che presta alla Baronessa Von Hellman, che la nota e la apprezza è vero, ma prima di ogni cosa la invidia e la teme cercando di conseguenza di colpirla con grandi umiliazioni e con un atteggiamento dispotico. Basti pensare che il “mantra” della Baronessa è: << Non puoi avere a cuore nessun altro, chiunque altro è un ostacolo>>.

Al tutto si aggiunge l’ambientazione, quella di una Londra anni ‘70 che a tutto concede spazio, fuorché a una donna in carriera brillante e per giunta un po’ folle. Ecco che nasce quindi, la necessità di difendersi; un contesto che avrebbe fatto arrendere chiunque rende Estella Crudelia. Una donna alla ricerca di se stessa, che non va giustificata, forse neanche compresa; d’altro canto lei non lo vorrebbe perché non conoscendo pietà non la vorrebbe certo per se stessa e infatti non è questo lo scopo del film. La De Mon va semplicemente conosciuta meglio ed è questo che lei vuole. Non desidera che le si voglia bene. Va conosciuta la storia di una vendetta che lederà se stessa in primis ma, d’altra parte, va bene tutto pur di farsi luce nel mondo. Perché al silenzio, secondo lei, sono sempre preferibili le voci belle o brutte che siano; lo dice lei stessa recitando il verso di una canzone di Helen Reddy “ I’m a woman, hear me roar”.

Tatiana Mercuri

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