IL PIANTO COME MISURA DEL PROPRIO VALORE

Articolo di Redazione: a cura di Dafne Fossa

Achille, Odisseo, Patroclo, Agamennone; forza, coraggio, virtù, e lacrime, tante lacrime, versate per rabbia, la famosa ira di Achille, o per il dolore di una vita che si spezza, quella di Patroclo. Ci sono poi le lacrime che rintraccia il ricordo, quando intercetta alla corte dei Feaci la memoria di Odisseo che torna con la mente a Troia. Qualunque sia la veste con cui si presentano, i pianti degli eroi greci non incrociano mai la vergogna, al bivio del possibile giudizio altrui. Diversamente da quanto accadrà pochi secoli dopo, quando nel Ceramico di Atene Pericle proromperà in lacrime di fronte al cadavere del figlio morto di peste, gli eroi celebrati dagli aedi non hanno dovuto mai quantificare il peso di ciascun singhiozzo, sulla bilancia del parere di chi, come Platone in epoca successiva, riterrà sconveniente mostrare il contorno del proprio animo, spogliato di scudi, corazza e lo sguardo vacuo di chi ha ben capito dove nascondere i propri sentimenti.

I guerrieri dell’Iliade non avevano paura di porgere la guancia al saluto dell’amata -celeberrimo è l’ultimo incontro tra Ettore e Andromaca-, certi che la gloria la si può scovare sul terreno dello scontro finale, difficilmente accanto al focolare domestico. Erano affamati di valore e a digiuno di viltà, impavidi e forti, quando la sorte giungeva a chiedere il conto. A personaggi di tale statura non era richiesto di indossare alcun abito celasse la contraddizione del proprio cuore, non era preteso di nascondere pianti per dimostrare il proprio spessore e di conseguenza, ogniqualvolta gli occhi divenivano umidi, non si scomodava la sconvenienza, figurarsi la vergogna, per tollerare il dolore palese di chi non era al riparo da perdite o delusioni.

Gli episodi della letteratura omerica d’altro canto bussano alla porta di un presente che ha imparato a offrire modelli alternativi e che si nutre di valori che hanno lo stesso nome ma spessore di gran lunga differente. Si continua erroneamente a pensare che sia necessario essere forti, smettere di piangere, non fare i bambini nel migliore dei casi, le femminucce nei peggiori, convinti che occorra tamponare le ferite con atteggiamenti in grado di rassicurare noi stessi e gli altri che se cadere non è una scelta, rialzarsi senza troppi graffi è l’unica alternativa possibile, in un mondo che non sa più cosa voglia dire essere fragili senza per questo divenire deboli. Nell’alfabeto emotivo odierno assistiamo giorno dopo giorno all’estinzione di lettere fondamentali. Non solo la F di fragilità, ma anche la S di sensibilità; la P di pianto sta sparendo a poco a poco per fare spazio a quell’anestesia che livella i sentimenti e ci abitua a non sentire più, quando farlo esige un costo troppo alto da pagare.

Convinti come siamo che essere forti abbia a che fare con un’emotività celata, non sappiamo più maneggiare la vasta gamma di emozioni e ci troviamo a divenire arroganti, se non siamo in grado di chiedere scusa, alteri, per non ammettere che misura rivestono le crepe del nostro sentire. Nella corsa all’ostentazione, di vestiti, accessori, sentimenti, mostriamo solo il meglio, convinti che non ci sia spazio per la contraddizione e per sua figlia, la messa in discussione, che fa trapelare il dubbio, ci costringe a fare i conti con noi stessi, ma ci dona, qualche volta capita, la possibilità di capire che la vera virtù oggi consiste nel sentirsi fragili e scoprirsi forti, nel barattare parti vetuste di sé con nuove consapevolezze che esigono il coraggio di Ettore e la forza di Achille.

Dafne Fossa

Foto di StockSnap da Pixabay

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