L’arte del non dire

Articolo di Redazione: a cura di NIki Oprandi

«orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, nel quale cioè si evita ogni potenziale offesa verso determinate categorie di persone»

“politically correct”, Treccani

È sottile il confine tra il dire e il sottintendere, tra l’esprimersi liberamente e l’offendere: non esistono manuali per affrontare una discussione civile, solo una serie di termini da adottare o da evitare con attenzione. La società contemporanea è avvelenata dai pregiudizi, e cercare di combatterli con la disciplina é tutto tranne che una passeggiata. La scalata verso la realizzazione degli ideali di giustizia ha origini negli ambienti di sinistra americani: negli anni Trenta del Novecento inizia infatti la lotta contro il risvolto offensivo di alcuni epiteti assegnati alle minoranze.

Si tratta di una serie di accorgimenti da applicare alla condotta verbale, una sorta di revisione del linguaggio: e così nigger diventa Afroamerican, per citare un esempio. Ma il politically correct non si ferma qui, scorre tra i discorsi del popolo per modellarli, renderli meno aggressivi, crudi, forse meno realistici: in guerra le stragi di civili vengono definite danni collaterali, nel campo sanitario non si parla più di sordi o ciechi ma di non-udenti o non-vedenti. I paesi del terzo mondo, seppur annegando in situazioni di povertà e arretratezza, possono “almeno godere“dell’appellativo “in via di sviluppo“ e uomini e donne che devono lasciare il lavoro sprofondando nell’incertezza sono solamente vittime di “un’ottimizzazione delle risorse aziendali“, per non usare il termine licenziamento di massa.

Una società che cammina sulle uova, attenta al non parlare troppo o al non parlare affatto, ma soprattutto al farlo con i termini giusti. La comunicazione, mezzo essenziale per affermarsi in un mondo di ignoranza, diventa un campo minato, tempestato di parole da evitare per non risultare “politicamente scorretti”. Partito con i presupposti più nobili, questo movimento ha affiancato le donne nella loro lotta per la parità, ha accarezzato chi si è sentito sbagliato promuovendo il “body positive“, ha combattuto con la comunità lgbtq+ per i suoi diritti e ha aiutato le nostre generazioni ad aprire la mente. Ma come tutte le cose belle, vi è sempre il lato negativo della medaglia: a effetto domino le polemiche sono piovute in gran quantità, travolgendo grandi nomi come la Disney, nel mirino per film come Biancaneve (vittima di molestia per un bacio senza consenso), gli Aristogatti, Dumbo, Peter Pan, a detta di alcuni chiari esempi di razzismo e bullismo. Il web è invaso da continue diatribe che esplodono nella sezione commenti. C’è chi chiama in causa la mancata libertà di espressione e chi non accetta una parola di troppo. In questa lotta tra il bene (una pillola a volte fin troppo indorata) e il male (simbolo di un’ignoranza dilagante), una cosa dev’essere a tutti ben chiara: l’inclusione e la parità non si misurano soltanto a parole, sono i fatti che contano.

Niki Oprandi

fonte foto: 123rf

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