Olimpiadi: La guerra degli shorts contro i bikini

Articolo di Redazione: a cura di Dafne Fossa

Tempo di Olimpiadi, di vittorie, medaglie e perché no? Tempo anche per diversità di opinioni che può divenire divergenza aperta se la pietra dello scandalo diviene un’atleta o un intero gruppo che si oppone alle divise scelte per gareggiare a livello internazionale. È il caso della squadra femminile norvegese di pallamano in spiaggia, che si è vista multata per aver rifiutato di indossare il bikini, preferendo la tenuta più comoda costituita dai pantaloncini, con i quali i movimenti sportivi diventano, a loro modo di vedere, più agevoli.

Il dado è tratto, la polemica pure; poco è bastato per rilevare la disparità di trattamento rispetto agli uomini, a cui non viene richiesto di indossare costumi ugualmente succinti, che alla lunga potrebbero suscitare disagio. La multa, del costo di 150 euro a giocatrice per un totale di 1500 euro, è stata pagata; la bagarre, tuttavia, rimane e assicura di mietere ancora numerose vittime. Si tratta soprattutto della sconfitta che subisce chi non riesce a dar voce al proprio sentire e al proprio volere, stavolta messo a tacere con facilità dalle decisioni della Federazione Internazionale di pallamano, che sembra avere potere legislativo in merito.

Se a livello locale, infatti, le giocatrici possono indossare i pantaloncini, a livello internazionale la situazione si complica e si impedisce di rispettare il diritto inalienabile di ciascuno di potersi legittimare nel vestirsi nella maniera più rispettosa della propria persona. Che siano slip, pantaloni lunghi o corti poco importa; occorrerebbe prestare attenzione non tanto alla lunghezza dei capi che si fanno indossare ma al riguardo dovuto a chi prende parte a competizioni di qualsiasi livello. Il coro, nato in risposta alle imposizioni in ambito di abbigliamento, esige la cura che richiede qualsiasi diversità, che mai dovrebbe essere liquidata con fretta e facilità.

In questo caso il diverso riguarda l’orizzonte di opinione sorto attorno al campo da gioco e all’armadio, in cui, a rigor di logica, dovrebbero essere stipati i capi più graditi innanzitutto a chi quegli indumenti li deve indossare con disinvoltura e serenità, e solo in seconda battuta a qualsiasi tipo di federazione. Il fatto che, come afferma la portavoce della federazione internazionale di pallamano Jessica Rockstroh, ci siano altre squadre della medesima categoria che si sono adeguate agli standard imposti non toglie valore a chi di adeguarsi non ne ha voglia.

Si tratta di legittimare il desiderio di sentirsi a proprio agio nell’indossare indumenti confortevoli, con i quali potersi muovere in assoluta libertà e disinvoltura. Tolti di mezzo colori, marche e sponsor, ciò che rimane è la certezza che occorre adeguarsi alle scelte di una Federazione, se questa ha cura di mantenere come priorità la tutela e il rispetto di ogni associato.

Dafne Fossa

Foto di Free-Photos da Pixabay

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