La paura della paura: cosa ci stanno insegnando le Olimpiadi?

Articolo di Redazione: a cura di Tatiana Mercuri

Il cammino è stato più che travagliato: dopo il rinvio dello scorso anno causato dalla pandemia, gli atleti di tutto il mondo hanno dovuto farsi forza e accettare che la dura preparazione psico-fisica sostenuta in ottica dei giochi olimpici dovesse essere procrastinata ancora di un intero anno. Il 23 luglio 2021 in una straordinaria edizione senza pubblico, hanno avuto inizio le Olimpiadi di Tokyo. Ciò che ci si aspetta sono tre settimane di puro sport attese solo dagli appassionati. Ciò che ci si trova davanti, invece, è un diario alla scoperta delle emozioni che alla fine, vuoi o non vuoi, unisce il pubblico di tutto il mondo. Mai come quest’anno, infatti, l’intreccio che lega i cinque anelli dei cinque colori di ciascun continente, sembra essere metafora di un grande abbraccio che avvolge calorosamente proprio tutti per ricordarci che la diversità crolla di fronte due emozioni: la paura da una parte, la passione dall’altra.

Come è ben noto, le Olimpiadi nascono nell’omonima città di Olimpia, in Grecia, patria della mitologia e della cultura. Infatti, sembra proprio che i miti greci ci aiutino a comprendere meglio le gesta di questi atleti che sono dei veri e propri eroi e non per le medaglie o per il podio, piuttosto perché in un’era come questa (in cui la parola fragilità è quanto più un termine dispregiativo) ci viene ricordato che va bene avere paura, non va bene demonizzarla. Viene quasi spontaneo paragonare così la pluri medagliata campionessa mondiale Simone Biles a Pandora, colei a cui fu affidato il vaso contenente i mali del mondo. Ebbene si la moderna Pandora, ha scoperchiato il suo vaso dando una brutta sorpresa: il “male del mondo” è ancora oggi, nel 2021, la paura della paura. L’atleta è stata infatti bersaglio di alcuni giornalisti che l’hanno prima definita “dea” e successivamente declassata ad “essere umano” e allora il grido che sorge spontaneo è: cosa c’è di male ad essere umani? Perché occorre generare, anzi ancor peggio, cementare l’idea che nel sentire la pressione, nel provare timore di deludere se stessi e gli altri ci sia qualcosa di sbagliato? Eppure, queste sono le occasioni che andrebbero cavalcate per dimostrare che essere forti significa proprio riconoscersi dei punti deboli, legittimarsi delle defaillances che, proprio così: possono succedere a tutti, anche ai campioni.

Lo sport ci sta insegnando il paradosso dell’uomo moderno: la rincorsa verso la normalità e la ricerca forsennata di un gruppo di appartenenza e il rifiuto della normalità stessa, il terrore di sentirsi “comuni” provando emozioni che a volte ci fanno sentire forti, altre molto meno. Ecco, quindi, che si va incontro all’anestesia emotiva, la maschera pirandelliana più temibile, quella che ci porta a “vederci vivere” e non vivere. Diventiamo tutti Sisifo: siamo tutti concentrati a portare il macigno in cima al monte per poi non essere mai soddisfatti e non perché quest’ultimo ricade a valle e dobbiamo ricominciare, quanto più perché non contempliamo l’idea dell’imprevisto, della caduta: perché siamo troppo concentrati all’arrivo e per nulla a quello che stiamo provando durante il cammino. Perciò alla prima caduta, tutto sembra vano, inutile, perso. Ecco che si entra nel pericoloso circolo vizioso del volersi bene solo se tutto va bene. Solo se gli altri ci approvano e ci riconoscono e a loro volta ci vogliono bene, dimenticando che al centro ci siamo sempre e comunque noi con noi stessi.

Questi atleti ci ricordano giorno per giorno proprio questo: l’uomo del salto più alto del mondo Gianmarco Tamberi, ha visto il suo “macigno” cadere quando si è infortunato, eppure l’ha raccolto, se l’è rimesso sulle spalle e ha camminato ancora ed eccolo condividere la medaglia d’oro con il suo collega del Qatar. Incredibile? No, possibile. Perché quando smettiamo di ascoltare gli altri e ascoltiamo noi stessi e la nostra volontà tutto sembra più vicino. Siamo tutti in grado di elogiare Marcell Jacobs per il traguardo tagliato alla velocità della luce, ma risulta difficile pensare che proprio lui sino all’ultimo abbia avuto la sua “mental coach” vicino. Federica Pellegrini è divenuta termine di paragone simbolo di forza, da contrapporre alla già citata Biles debole, quando la stessa nuotatrice ha, per anni, sofferto di attacchi di panico pre-prestazione e non ed è stata spalleggiata sempre dal suo terapeuta. Cosa c’è quindi di tanto strano? Questa è la vita: un enorme condominio fatto di persone tutte diverse, che abitano in porte vicine ma che spesso sono chiuse per via di pregiudizi e preconcetti. Sono chiuse per dimostrare che nel piccolo del proprio appartamento siamo tutti uno migliore dell’altro e siamo così presi da questa di gara (la più inutile di tutte e quella che tutto porta fuorché una medaglia) da non accorgerci che tanto ci incontriamo tutti nella scala senza ascensore, senza scorciatoie dove a volte inciampiamo: la vita.

Ed è giusto così. Ed è bello così.

Tatiana Mercuri

Foto di Free-Photos da Pixabay

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