Clima: le temperature spiegate dal report IPCC

Jerzy Piotr Kabala e Marco Saracini

L’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, cioè Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico) è un organismo creato nel 1988 dal WMO (World Metereological Organization) e dall’UNEP (United Nations Environment Programme), due organizzazioni facenti capo alle Nazioni Unite. Come indica il nome stesso, l’IPCC si occupa di cambiamenti climatici. Lo fa analizzando la letteratura scientifica esistente e riassumendo le conoscenze disponibili, che vengono restituite periodicamente sotto forma di report. Questi vengono attentamente revisionati sia dagli scienziati che dai governi. Oltre ai report tecnici vengono prodotti report ad uso dei “policymakers” cioè dei responsabili delle politiche, per consigliare una linea d’azione.

Come funzionano i gruppi di lavoro? I rapporti dell’IPCC sono costituiti da tre sezioni:

  • Working Group I: il primo gruppo di lavoro si occupa dei dati scientifici sui cambiamenti climatici e l’analisi della loro variazione rispetto al rapporto precedente.
  • Working Group II: analizza l’impatto dei cambiamenti climatici sui sistemi naturali e umani, descrivendo le opzioni di adattamento e la loro vulnerabilità.
  • Working Group III: il terzo gruppo riassume l’intero lavoro e attraverso queste conoscenze si occupa di studiare metodi che possano ridurre l’emissione di gas serra e la loro rimozione dall’atmosfera.

Il 9 agosto 2021 è uscita la prima parte dell’ultimo report, che riguarda lo studio dei dati scientifici e la comparazione con i dati precedenti, questo gruppo di lavoro, quindi, non è di solito portatore di conclusioni, ma gli scienziati solo da questa prima analisi si sono resi conto che la situazione è catastrofica. Il report evidenzia come i cambiamenti climatici che si stanno osservando non hanno precedenti nelle ultime migliaia, anzi forse centinaia di migliaia di anni e alcuni di essi, come ad esempio l’innalzamento dei livelli dei mari, sono irreversibili per centinaia di migliaia di anni a venire. Di seguito riportiamo i principali contenuti di questo report:

Delle forti e sostenute riduzioni nelle emissioni di CO2 e altri gas ad effetto serra possono limitare i cambiamenti climatici. Sebbene il miglioramento della qualità dell’aria sarebbe immediato, la stabilizzazione delle temperature richiederebbe una ventina/trentina di anni. Le emissioni di gas ad effetto serra sono state alla base di un aumento della temperatura globale di circa 1,1°C rispetto al periodo 1850-1900. Si prevede che nei prossimi anni questo riscaldamento supererà gli 1,5°C.

Queste cifre fanno riferimento alla temperatura globale media, ma a una scala spaziale locale i cambiamenti possono essere diversi rispetto a questa media. Per esempio, il riscaldamento per quanto riguarda la regione artica, è più che doppio rispetto alla media. I cambiamenti climatici stanno colpendo tutte le aree del pianeta. Il riscaldamento generalmente causa un allungamento delle stagioni calde, un accorciamento di quelle fredde e un aumento delle ondate di calore. Se il riscaldamento superasse i 2°C gli estremi climatici supererebbero spesso le soglie di tolleranza critica per l’agricoltura e la salute umana.

Il cambiamento climatico, oltre ad alterare le temperature, condiziona anche altri fattori, come l’umidità, i venti, la copertura di neve e ghiaccio e gli oceani. In particolare, esso sta intensificando il ciclo dell’acqua, producendo precipitazioni e inondazioni più intense, come anche siccità più intense in molte aree. Le precipitazioni probabilmente aumenteranno alle latitudini più elevate; ci si aspetta cambiamenti anche nei monsoni.

Nelle aree costiere le inondazioni e l’erosione costiera si faranno più intense e frequenti. Ci sarà una diminuzione del ghiaccio marino artico e una generalizzata diminuzione della copertura nevosa stagionale, con un incremento dello scioglimento dei ghiacciai. Gli oceani andranno incontro ad un’acidificazione, ondate di calore più frequenti e una riduzione nella quantità di ossigeno disciolto. Questi cambiamenti colpiranno sia gli ecosistemi che le popolazioni umane che dipendono da essi. Nelle grandi città questi cambiamenti possono manifestarsi in maniera amplificata.

Il precedente report dell’IPCC (quello del 2018) è stato un grido di allarme che voleva mettere in guardia sull’inadeguatezza degli Accordi di Parigi in relazione all’obiettivo che gli stessi si sono posti: limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. In esso è anche stato messo in evidenza come un riscaldamento globale di 2°C avrebbe comportato conseguenze molto più gravi, sia per i sistemi naturali, che per l’uomo, rispetto a un riscaldamento di 1,5°C, richiedendo maggiori sforzi di adattamento, che potrebbero non essere sostenibili per tutte le comunità umane. I cambiamenti climatici prospettati nel 2018 sono stati in larga parte confermati nel report del 2021.

Un aumento della temperatura terrestre di 1,5°C rispetto all’era preindustriale era prospettato come altamente verosimile, previsto nell’intervallo di tempo tra il 2030 e il 2052, visto il riscaldamento stimato di 0,2°C per decade. È stata mostrata la necessità di raggiungere la carbon neutrality (un’emissione netta di CO2 pari a 0 da parte dell’uomo) per arrestare il riscaldamento globale dovuto all’uomo. Limitare il riscaldamento a 1,5°C diminuirebbe gli impatti del cambiamento climatico anche su processi come lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà e la diminuzione delle disuguaglianze, severamente minacciati dal riscaldamento globale. Per quanto riguarda gli impatti nel dettaglio sui sistemi naturali, la prospettiva non era differente rispetto al presente report, con un’enfasi di quanto gli effetti sarebbero stati minori limitando il riscaldamento a 1,5°C. Un pressante invito ai governanti a intraprendere azioni più serie e incisive di quelle promesse con gli accordi di Parigi.

Cosa stiamo facendo noi in relazione a questa cosa?

In Italia come stiamo reagendo a tutto ciò? Durante l’estate 2021 siamo stati spettatori di incendi che hanno devastato l’intera penisola (incendi che hanno mietuto vittime anche nel resto del mediterraneo), il Ministro della Transizione Ecologica, Cingolani, ha asserito: “Negli incendi che stanno devastando non solo l’Italia ma anche la Grecia, per esempio, ci sono situazioni molto simili e sono senza alcun tipo di ambiguità colpa dei cambiamenti climatici e di fenomeni antropici. Il 57,4% degli incendi sono dolosi, il 13,7% non è intenzionale, e quindi sono colposi per mancanza di cultura. Siamo già, dunque, oltre il 70% di incendi responsabilità nostra.”

Quando si parla però di azioni concrete gli esponenti del Governo divagano, sebbene sin da marzo si sappiano le cifre dedicate a questo nuovo ministero al riguardo delle azioni fisiche si è ancora in balia dell’ignoto. Il superbonus del 110% è in netta difficoltà (motivazioni spiegate in un altro articolo, Link), le azioni per la decarbonizzazione del nostro Paese sono inconsistenti. Insomma, abbiamo destinato 70 miliardi a un ministero ma non sappiamo come verranno usati. In Italia quindi siamo ancora in bilico e nel resto del mondo gli accordi internazionali non funzionano. Il futuro è sempre più oscuro e il tempo scorre, il rapporto sui limiti dello sviluppo e le sue previsioni sembrano essere sempre più vicine (articoli correlati, link). In questo momento dovremmo combattere per un cambiamento di rotta, tutti uniti per un solo scopo, ognuno con la sua idea ma tutti uniti per il bene del mondo. Saremo pronti per questo cambio epocale di società?

Jerzy Piotr Kabala e Marco Saracini

Foto di sippakorn yamkasikorn da Pixabay

Foto di Free-Photos da Pixabay

Foto di Roy Buri da Pixabay

Fonti:

Ipcc:

https://ipccitalia.cmcc.it/

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