Italia: figli senza futuro o un futuro senza figli?

Articolo di Redazione: a cura di Tatiana Mercuri

Il fil rouge che accompagna e lega le riflessioni sull’attualità dagli ultimi dieci anni a questa parte sembra essere sempre lo stesso: i famosi “giovani d’oggi” faticano a costruire o anche solo immaginare di costruire una realtà solida, faticano a studiare o a documentarsi con la consapevolezza che le loro passioni e i loro sforzi possano portarli a vivere una vita serena o quantomeno dignitosa. Tutto ciò porta spesso a concentrarsi, anche giustamente, su quanto sia difficile e complicato per un ragazzo nel pieno delle sue energie, pensare al proprio futuro senza essere accompagnato da un magone allo stomaco per l’incertezza e la fragilità dei progetti. Le conseguenze sono spesso drastiche in quanto, un po’ per le opportunità oggettivamente ridotte, un po’ per l’inclinazione tutta umana a lasciarsi trascinare dall’insinuosa opinione pubblica che rinforza il concetto del “non farcela nonostante gli sforzi”, accade che a lungo andare si finisce per crederci davvero.

Appare assurdo, ma dialogando con gli adolescenti (i quali, urge ribadirlo, non sono mostri) ci si rende conto che l’incredibile è divenuto credibile: non si sogna più, non si desidera più. Il << Volli, e volli sempre e fortissimamente volli> di Alfieri, è naufragato nella convinzione che impegnarsi ormai non serva, tanto occorrerà comunque “accontentarsi” perché al giorno d’oggi, per usare le parole di un Calvino rassegnato: <Il meglio che ci si può aspettare è di evitare il peggio>. Sicuramente, mantenere i piedi ancorati al terreno e guardare faccia a faccia la realtà resta la condizione migliore per rimboccarsi le maniche e partire da ciò che è evidente: il percorso è impervio e spesso in salita, ma a chi da bambino sarebbe piaciuto sentirsi dire < Tu provaci ad andare in bicicletta, ma tanto al primo tentativo cadi>? Perché in fondo sta tutto in questo: è vero, si cade al primo tentativo e sicuramente ci si fa anche male, ma il secondo e il terzo? Perché nessuno ne parla mai? Perché pensare che ci sia qualcosa di malvagio nel pronunciare la parola “fallimento”? Eppure, l’etimologia dice ben altro: fallire deriva da fallere che in latino vuol dire -ingannare, sfuggire, sbagliare- e tutto ciò implica una reversibilità, un rimedio, una seconda, terza, quarta possibilità. Dipende da noi, dipende da ciò che scegliamo di concederci. Il proverbio afferma -verba volant, scripta manent- ed è vero.

Le parole sono e restano tali, eppure lasciano un riscontro tangibile in chi le riceve, in chi le ascolta proprio perché un’altra grande massima è -il ripetere giova-, vera anch’essa. Ripetere, essere ridondanti nel fare sempre i medesimi discorsi crea a volte rassegnazione e soprattutto falsi miti. Le parole volano sì, ma non se sono troppo pesanti. A volte il loro carico è tale da eliminare ogni spunto, ogni slancio verso qualcosa di bello ed è proprio questo che si dovrebbe evitare; bisognerebbe sempre parlare di “punti di vista”, di “possibilità” in positivo o negativo che siano, ma nulla andrebbe assolutizzato poiché ognuno di noi ha il diritto di voler provare, tentare. E quest’ultimo non deve essere mai messo a repentaglio perché la vita senza progetti, sogni, obiettivi, non è vita. Sono proprio i “figli senza futuro”, infatti, a dichiarare di contemplare un “futuro senza figli”.

Da un sondaggio commissionato dalla fondazione Donat Cattin all’Istituto demoscopico Noto Sondaggi, è emerso infatti che la maggior parte dei giovani italiani tra i 18 e i 20 anni non si immagina genitore. Numeri alla mano: esattamente il 51% la pensa così, il 31% stima di avere intorno i quarant’anni un rapporto di coppia senza concepimento e la restante percentuale si adagia al pensiero di una vita da “single”. Ad essere sconcertanti sono le motivazioni: non c’è un’avversione verso la figura genitoriale, bensì uno scetticismo verso le possibilità di crescere dignitosamente un figlio con scarse certezze economiche e, ancor peggio, il rifiuto di mettere al mondo qualcuno in una “società del genere” come è stata definita dagli stessi. Siamo ancora sicuri, perciò, che le parole volino? Non molto, anzi. Le parole stanno diventando fatti e contemplare, per altro accettandolo senza alcun tipo di rancore, un futuro senza figli, sogni progetti, significa accettare passivamente una vita senza amore. E per amore non si intende solo quello genitoriale; d’altro canto, il riscontro positivo di tutto questo è che anche chi si trova “solo” ad un’età non convenzionale può, per fortuna, non sentirsi sbagliato o problematico. Per amore si intende passione, entusiasmo verso ciò che ci circonda e verso ciò che ci accende perché la felicità è tutta nel sapersi meravigliare, nel prendere coscienza che le cose non vanno sempre alla stessa maniera. Esiste la sorpresa anche in positivo. Esiste il cambiamento, l’evoluzione e non è tutta opera della sorte. Ci siamo noi che esistiamo, noi che possiamo.

Tatiana Mercuri

Foto di shahbazshah91 da Pixabay

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